12 anni schiavo


Vincitore dell’Oscar come miglior film 12 anni schiavo merita di essere visto. Primo perché Steve McQueen è regista talentuoso, di cui abbiamo ammirato già Hunger e Shame, e secondo per una serie di grandi interpretazioni. Però, soprattutto perché, al contrario di molti film, ha il pregio di fermarsi in tempo prima di scadere nel patetismo, eccezion fatta per il finale, ma lì è quasi dovuto.
Sicuramente è un film in cui la potenza di McQueen viene messa più dentro le regole di un blockbuster, anche se non rinuncia a lavorare fra i silenzi e i paesaggi, più rurali che urbani rispetto ai suoi lavori precedenti, ma certo che la sua impronta c’è. L’obiettivo era chiaro, raccontare la storia di un uomo che perde la libertà e viene ridotto in schiavitù, perché questo succede a Solomon Northup, ottimamente interpretato da Chiwetel Ejiofor, che ha scritto la sua autobiografia dove ha raccontato questa esperienza terribile, per poi diventare un protagonista del movimento abolizionista. Capisco che molti richiamino film come Django Unchained e Lincoln, qui c’è una profonda ferita che è la perdita della libertà da parte di un uomo libero e non di un rapito dall’Africa. Le immagini silenziose che spesso trovano una colonna sonora di bassi o di gospel, danno questo senso di smarrimento di perdita profonda della propria condizione di essere umano completo, quasi fossimo in un lunghissimo piano sequenza.
L’uomo bianco, a parte alcuni amici, è un alter ego, che lo vede dominante, nel bene e nel male, dal “buon padrone”, interpretato da Benedict Cumberbatch, a quello cattivo, interpretato dal feticcio di McQueen, ovvero Micheal Fassbender. Non so quanto possa essere possibile, ma mi colpisce che il primo uomo bianco che lo aiuta è un canadese, Brad Pitt, uno dei produttori del film, come se l’inglese McQueen voglia muovere una critica agli Usa in quanto potenza. E’ solo una mia impressione. Ottimo davvero tutto il cast per un film che si lascia vedere, nonostante i 134 minuti, forse troppi, ma certo necessari allo sviluppo di un’atmosfera oppressiva e angosciante, a cui McQueen ci ha sempre abituato.

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