Wiki-Cinema. Sarà rivoluzione?

Ieri su alcuni canali della rete erano disponibili i primi 8 minuti di una serie dal titolo Pioneer One, prodotto a metà fra il thriller e la fantascienza, sicuramente un cross-genere, che si annuncia molto interessante. Se volete l’episodio pilota è già disponibile in rete via streaming, oppure lo potete scaricare via torrent. “Ma è illegale?!?” mi ha chiesto un amico al telefono. Gli ho risposto che il download della puntata è assolutamente legale, visto che usa una licenza ispirata ai canoni Creative Commons. “Ma chi la produce?” mi ha chiesto ancora il mio amico, mentre io guardavo l’orologio, oramai consapevole che stavo facendo ad un appuntamento con una ragazza. “La produci tu!” gli ho risposto salutandolo velocemente ed involandomi per le scale. Non era una scusa. Pioneer One è il primo esperimento su larga scala di un prodotto video realizzato con finanziamento Wiki.

Pioneer OneWiki, che il lingua hawaiana significa veloce, è un termine coniato intorno alla metà degli anni ’90 da Ward Cunningham ed ha rivoluzionato il web con il concetto di collaborazione. Bene, sembra che siamo in una nuova era collaborativa che ha travalicato il mondo del software. Due produttori indipendenti americani hanno messo la metà dei soldi per il pilota e altri li stanno raccogliendo tramite gli utenti con contributi standard di 25$ dollari per volta. I due, che curano la produzione esecutiva, quel lavoro sporco che gli addetti ai lavori conoscono, mentre gli spettatori ignorano, sono molto ottimisti ed hanno già messo in moto la macchina per realizzare gli altri episodi della serie. Nella prima settimana, infatti, il pilota è stato scaricato ben 425.000 volte, il che significa un’audience che ha superato il milione di spettatori. In rete leggo le dichiarazioni entusiaste del team, felice per aver raccolto oltre 25.000$ e contento che la raccolta stia andando oltre le loro aspettative! “Per andare avanti servivano almeno 20.000$“. Qui ho il primo corto circuito. Sul finire degli anni ’90, quando in Italia arrivarono le modalità industriali di scrittura per la lunga serialità, per realizzare una puntata di una soap-opera ci volevano 70 milioni di lire italiane. Allora questi come fanno? Mi piacerebbe saperlo, visto che comunque la regia di Pioneer One è buona, pulita, gli attori non sono divi, ma sanno stare di fronte ad una macchina da presa e ci sono forti punti di mistero ed attrazione. Ma il wiki è davvero una rivoluzione copernicana? Beh, se prima il sole erano i broadcaster e le audience dei pianeti o satelliti che ruotavamo intorno, adesso le audience diventano il punto di riferimento principale, visto che sono anche i produttori. Sicuramente non tutti saranno disposti a pagare per vedere una fiction che normalmente possono vedere gratis. Gratis? Questo è il secondo corto-circuito. Non esiste niente di gratis in tv o al cinema e non mi riferisco al canone Rai, negli anni diventato tassa di possesso sui televisiori, o alle pay tv in tutte le loro declinanzioni. I programmi li pagate al supermercato. L’ipocrisa che vietava di fare veder un brand qualsiasi in una fiction, mentre tutto poteva essere farcito di spot e sponsarizzazione è caduta finalmente, ma è normale che chi investe in pubblicità vuole vendere il suo prodotto. Tutto legittimo, ma usciamo dall’assunto che la tv commericiale sia gratuita.

Oggi si conclude la fase di raccolta del primo esperimento di un film sponsorizzato da Youtube, dove qualunque abitante del Pianeta Terra, poteva iscriversi ad un sottosito del portale video per poi postare il suo materiale, che sarebbe stato preso in considerazione per Life in A Day, esperimento di wiki-social-cinema. Life in A Day ha due padri nobili, Ridley Scott, che non ha bisogno di presentazioni, e Kevin Macdonald, uno dei più talentuosi registi americani, che ha diretto State of Play lo scorso anno, e lo splendido The Last King of Scotland, incentrato sulla vita del dittatore Idi Amin, con Forest Whitaker nel ruolo della sua vita. Entrambi saranno in produzione e regia per realizzare questo documentario con i contributi provenienti dalla rete. Ma sono tanti i gruppi che stanno tentando di realizzare i wiki-movie, un fenomeno sempre più crescente che vede uno spostamento del potere produttivo in maniera grassroots, come direbbe Henry Jenkins, profeta della Cultura Convergente. Il cinema wiki segnerà sicuramente un cambiamento estetico, basta pensare a come Josh Berhnard, producer di Pioneer One, ha realizzato The Lionshare, vero è proprio cult in Usa, che tratta della vita di un gruppo di giovani adulti. Quello su cui concentrarci è la modalità produttiva e realizzativa. Può il wiki ridare forza alla narrazione visiva? Sicuramente si e non credo che la modalità comunque semi-anarchica dell’organizzazione possa essere un problema, soprattutto se chi se ne occuperà avrà il coraggio di raccontare il mondo con occhi nuovi e senza pregiudizi. Magari l’aiuto dell’industria sarà necessario, credo che alcuni progetti avranno l’appeal giusto per poter essere finanziati dagli stakeholder. Ma bisogna lasciarsi il passato alle spalle e creare una strada nuova, ricordare i grandi maestri, poi dimenticarli e vedere se le storie possono camminare con le loro gambe. A mio avviso non abbiamo bisogno di nuovi maestri, abbiamo la necessità di occhi nuovi e di un nuovo linguaggio. Abbiamo bisogno di una rivoluzione.

ArtFilmfestival e MovieCamp

ASOLO – (v.l.) Film d’arte provenienti da tutto il mondo. Ma anche mostre, spettacoli teatrali, eventi musicali e incontri con i protagonisti. Per una settimana, dal 27 agosto al 5 settembre, Asolo si trasforma in un palcoscenico naturale e ospita la ventinovesima edizione dell’ArtFilmFestival, una delle rassegne di film sull’arte più prestigione e conosciute a livello internazionale. Prova lo sono le centinaia di film a concorso che provengono da ogni paese e che trattano argomenti anche di nicchia sull’arte, l’architettura, il design, comprese produzioni di scuole di cinema.
E poi, accanto al concorso vero e proprio, una sezione parallela, il Festival Fuori, dislocato nel centro di Asolo e nei territori limitrofi che prevede, tra i vari appuntamenti, una giornata dedicata all’architettura con l’evento “Luigi Nono & Carlo Scarpa”, una conversazione tra Massimo Cacciari e Francesco Dal Co (il 28 agosto alle 21.30 al teatro Duse).

Mentre tra le curiosità figura la prima edizione di MovieCamp, con il titolo di “Asolo MovieCamp 2010“, (a Villa Flangini il 31 agosto). Si tratta di una rete internazionale di non conferenze aperte, i cui contenuti sono proposti dai partecipanti stessi. Chiunque, dunque, può “salire in cattedra”, proporre un argomento e parlarne agli altri. Durante il Festival, inoltre, l’artista Misael aprirà un Temporary Shop nel centro di Asolo al cui interno troverà spazio Abel Bazan, artista internazionale che crea delle “scarpe d’artista”: pezzi unici prodotti dall’abile ri-combinazione materiali di scarto e ri-destinazione di oggetti con tutt’altra funzionalità.
Il Festival si inaugura venerdì 28 agosto al giardino del Castello con le mostre di artisti contemporanei sul tema “Metamorfismi, identità e alterità” mentre la sera (alle 21.30) al Duse verrà consegnato il premio Arte e Cultura. Dalle tarda serata di venerdì (ore 22), ogni giorno fino al 3 settembre, si alterneranno le proiezioni dei filmati mentre venerdì 3 settembre verrà assegnato il Premio Duse e il giorno dopo verrà assegnato il premio Flavia Paulon alla carriera. Sabato la chiusura, con la premiazione dei film vincitori del concorso (alle 18.30) e, a seguire, la proiezione delle pellicole risultate vincitrici.
Fonte Il Gazzettino.

Le ragazze di Ostia e la Coattoxploitation

Ogni estate ha il suo tormentone, nessuno di noi ne è immune. Ma anche qui le cose sono cambiate. Se prima si trattava di un ritmo musicale, basato su un giro di do oppure su un basso ripetuto insieme alle rime più classiche di cuore/amore, adesso è il turno dei video virali. Le famose coatte di Ostia stanno impazzando su tutti gli schermi di questo paese ed hanno ormai superato anche la dimensione continentale, provocando ilarità generale sia per il loro linguaggio, che per la terribile accoppiata anti-calura definita dal mix di birra e calippo. Ma perchè?

Per chi non ha visto il video lo riassumo in poche parole: un inviato di Sky Tg24, con il compito di fare l’ennesimo servizio estivo sulle spiagge, intervista due ragazze ad Ostia, sul litorale capitolino, che si lamentano dell’insopportabile caldo torrido ed elencano la loro ricetta: bagno, doccia, ghiacciolo e birra. Anzi, Calippo e Bira. Già perchè le risate collettive sono il frutto dell’improbabile slang delle due ragazze, una sorta di cadenza romana, che Pasolini avrebbe descritto come figlia del sottoproletariato delle borgate, ma che oggi ha assunto il nome di coatto. Da romano conosco bene il termine ed il suo significato, che francamente si è un pò perso da quando Carlo Verdone ha lanciato alle masse il coatto style. Coatto ha il senso etimologico di bloccato, obbligato e così venivano descritti coloro che a Roma aveva frequentato il carcere (in gergo andati in vacanza). Concetto che trova i suoi padri in Franco Califano, nei poliziotteschi all’italiana e nel personaggio di Nico Girardi, al secolo Er Monnezza, che aveva il volto di Tomas Milian e la voce di Ferruccio Amendola. Il coatto è il corrispettivo romano del gangsta americano. Il termine si è volgarizzato ed è diventato o un’indicazione di chiunque provenga dalla capitalee parli con la cadenza, o di chi, romano o meno, abbia modi diciamo esibizionisti, volgari e sgraziati. Va da se che un vero esempio coatto sia Fabrizio Corona, passato dal gossip alle cronache giudiziarie, per poi tornare al gossip. Ma non vanno scordati momenti celebri della vita politica di questo paese, come Umberto Bossi in canottiera, Silvio Berlusconi con la bandanna, Gianfranco Fini che fa immersioni in un’area marina protetta, Chicco Testa che in diretta vuole spaccare la faccia al geologo televisivo Mario Tozzi e molti altri istanti della vita italiana, tanto da poter parlare di una vera Coattoxploitation!

Il termine da me coniato prende origine da un fenomeno cinematografico, la Blaxploitation, nata all’inizio degli anni ’70 in Usa con due registi del calbro di Melvin Van Peebles e Ossie Davis, basata sui racconti della vita nei ghetti neri, come Harlem, e con eroi e supercattivi totalmente neri. Uomini duri e senza compromessi, come il Detective Shaft o Superfly, donne sinuose e calde come in Pupe Calde e Mafia Nera, ribelli contro la supremazia bianca come in Sweet Sweetback’s Baadasssss Song, un manifesto del genere, e vere e proprie eroine come Pam Grier in Foxy Brown, a cui Quentin Tarantino rese omaggio nel suo controverso Jackie Brown. L’Italia sta vivendo un fenomeno simile ma non nel cinema o nella fiction, bensì nella sua sfera pubblica, prima nel mondo dello spettacolo ma ora nel mondo politico tout court, senza distinzioni di parte. Quindi perchè ridere di due ragazze che parlano con una loro cadenza, a parte per l’orribile mix di birra e calippo? Fra i video virali svetta anche, ma a grande distanza, U re ri pallanche, un venditore di pannocchie a Mondello, che recita una sorta di filastrocca, con espliciti doppi sensi, sulla personalizzazione del suo prodotto – Signora Margherita ti porto la pannocchia preferita. Se il caldo non ci avesse dato tregua sicuramente avremmo avuto ragazzi che parlavamo veneto dalle spiagge di Jesolo, i consigli napoletani da Mergellina, le ricette milanesi da Riccione e tanti altri ancora. E subito pronti remix da discoteca su basi elettroniche e stanchi sketch televisivi sugli inutili show estivi generalisti.

Molte le lamentele sul fallimento della scuola e della società italiana riguardo il video. Ma l’unico fallimento, anzi tradimento, è quello televisivo. Dal 1954, anno di nascita della Rai, è la televisione a prendersi il compito di unificare la lingua italiana: dal maestro Manzi a Mike Bongiorno passando per Padre Mariano. Poi il sistema misto e la privatizzazione degli schermi. La sfera pubblica diventa televisiva ed i reality sono il sogno di una generazione, ma anche dei loro genitori. L’obiettivo non è più diventari ricchi, ma famosi. Anche questo video ne è la prova. Se notate, infatti, la prima ragazza intervistata chiede quasi subito al giornalista se la stia riprendendo, lo invita a farle delle domande e nel frattempo arriva subito l’amica. Quindi siamo sicuri che ci sia da ridere? Le cose cambiano, così questo paese. Ma non è il caso di farsi prendere dal pessimismo. Io per esempio quando vedo queste cose chiamo un mio amico, che insegna alle medie in una scuola nella periferia romana e spesso ripete una frase ai suoi ragazzi. La frase di un uomo che ha conosciuto il carcere ed il confino:”Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza“. Era Antonio Gramsci. Coatto nel corpo, ma libero nella mente.

Luciano Zaccaria presenta Asolo Art Film Festival

Luciano Zaccaria, direttore artistico di AsoloArtFilmFestival, che si terrà dal 27 agosto al 5 settembre 2010, presenta il tema di questa edizione.

“È evidente che i punti di vista sono in generale molteplici. Variano da persona a persona secondo carattere, educazione, formazione, sesso di appartenenza, paese d’origine e altro ancora. Quello che può piacere o divertire (un quadro, una barzelletta, una musica… un film) all’interno di un gruppo omogeneo per affinità culturali o altro può suscitare l’effetto opposto all’interno di una altro gruppo. Per affinità si possono fondare partiti politici, matrimoni, correnti artistiche, amicizie, imprese economiche…un festival.

Per mancanza di affinità si può rompere tutto. A volta anche per mancanza di affinità con se stessi. Come vedo io gli altri? Come mi vedono gli altri? Domande alle quali non è così semplice dare una risposta. Forse, e dico forse, dovremmo chiederci “come mi vedo io?”.  Molti pittori usano e abusano dell’autoritratto. È un problema di identità.  È un problema di sensibilità. È un problema di comunicazione. È un problema affettivo. Tutti vogliono essere amati e apprezzati preferibilmente per quello che sono. Un piccolo torto può creare un dolore immenso. Dipende chi lo fa e chi lo riceve. Una piccola gentilezza può generare una grande felicità. Dipende chi la fa e chi la riceve. Banalità? Banalità. La vita e le relazioni sono influenzate anche da queste banalità. L’obiettivo che sta davanti a una macchina fotografica, una macchina da presa o telecamera si chiama così perché è… “obiettivo”, lascia “obiettivamente” transitare attraverso le sue lenti l’immagine che noi inquadriamo, la pellicola, il nastro, un hard disk o una scheda di memoria ubbidienti registrano. Il regista però può intervenire sull’immagine spostando gli attori o cambiando la scelta dell’obiettivo. L’operatore anche lui può intervenire mettendo magari davanti alle lenti un filtro che modifichi la cromaticità dell’immagine, lo scenografo può creare lo sfondo o altro ancora e anche il montatore può intervenire modificando in montaggio la lunghezza dell’inquadratura, spostarla da una posizione del montaggio ad un’altra oppure… non usarla per niente.Obiettivi crediamo tutti di esserlo, ma quasi mai lo siamo.
Di solito siamo operatori, montatori, scenografi, direttori di produzione o crediamo di essere registi della nostra vita perché vorremmo che fosse un bel film, con una bella storia e possibilmente con un lieto fine.

Backgammon e Mockumentary

L’altra sera durante un aperitivo a Roma, in uno di quei posti del centro che sembrano usciti da un’atmosfera fra Pasolini e Magni, mi fermo a chiacchierare con un’amica. Lei mi racconta di un meraviglioso mockumentary dal titolo The World Is Big and Salvation Lurks around the Corner. La storia prende corpo in due parti, fra il 1980 ed il 2006, e racconta di come un ragazzo ripercorra la strada al contrario di suo padre, re del backgammon, fuggito dalla Bulgaria sovietizzata alla Germania Ovest per non diventare una spia del regime. Morto il padre, il ragazzo perderà la memoria e sarà guidato dal nonno in questo suo percorso avventuroso, finchè non troverà la sua strada da solo con l’aiuto del backgammon come metafora di vita. Beh, che dire? Non vedo l’ora di vederlo.

Così sulla via di casa ci sono un paio di cose che mi girano in mente. La prima è il backgammon, un gioco che mi piace parecchio, soprattutto per quel suo perfetto equilbrio di caso, nel tirare i dadi, ed intelligenza nel muovere le proprie pedine. Perchè alla fine ci credo che il backgammon sia una metafora della vita, dove puoi attaccare, difenderti, o aspettare il momento giusto per piazzare il gran colpo.

Mi convinco anche che il nonno del ragazzo, nel film, ha ragione quando dice che il caso c’entra fino ad un certo punto, perchè alla fine i dadi sono in mano tua.

Però è il mockumentary che mi rimane in testa. Per chi non lo conoscesse, ma sicuramente ne avrà visto qualcuno, il mockumentary è un genere che racconta una storia con il linguaggio del documentario, anche se il soggetto è totalmente inventato. Per assurdo il primo mockumentary della storia vinse l’Oscar nel 1963 come miglior documentario! Si trattava di The War Game, del 1965 scritto e diretto da Peter Watkins, che in 50 min. raccontava gli esiti di una guerra nucleare in Gran Bretagna. Un grande esploratore di questo genere è stato Woody Allen, non so quanto consciamente, ma fra i suoi mockus ci sono film fondamentali nel suo lavor come: Zelig, Prendi i Soldi e Scappa e più recentemente Accordi e Disaccordi, anche se oramai è del 1999. Veri oggetti di culto del genere sono Il Cameran e l’Assassino e lo spendido L’Ignoto Spazio Profondo del maestro Wener Herzog.

Ma è nell’horror che il mockumentary trova la sua espressione più proficua, anche se non in termini di qualità, come in Paranormal Activity, fenomeno dello scorso anno anche sui social network ed annunciato come il film che ha terrorizzato l’America. Nonostante il regista abbia guadagnato un contratto per una produzione con Spielberg, nonostante i tre diversi finali che giravano nei cinema, il film resta noioso senza mai decollare e se si vuole giocare con la suspense è sempre meglio imparare dal maestro Hitchcock, come ha fatto Amenabar per The Others. Grande operazione commerciale comunque, come era stato per un altro mocku di fama mondiale,The Blair Witch Project, dove si annunciava il ritrovamento di questo video di una spedizione di tre ragazzi, alla ricerca di una misteriosa strega, i quali poi erano misteriosamente scomparsi. Eppure pochi sanno che La Strega ha un antenato italiano,infatti il primo mockumentary horror è Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, datato 1979, di cui lo stesso regista sta facendo il remake (C’era bisogno?). Il film vede come protagonista l’attuale onorevole Luca Barbareschi, si proprio l’uomo che ha avuto il merito di portare David Mamet nel teatro italiano e di esportare un pre-reality show italiano negli Stati Uniti, ovvero le coppie in crisi di C’eravamo tanto amati! Al di là del valore splatter del film, la cosa curiosa e che Deodato ordinò ai suoi attori, i cui personaggi finivano divorati da una tribù di Indios sudamericani, di sparire completamente dall’Europa. La cosa funzionò tanto bene che la magistratura italiana aprì un’inchiesta che portò anche al rinvio a giudizio dello stesso regista. Non preoccupatevi la cosa ebbe un lieto fine con il riapparire degli attori. Fra cui Luca Barbareschi.

Ma quali sono i motivi del successo del mockumentary? Forse la sua narrazione in stile documentario ci spinge a dare una maggiore credibilità alle vicede che vediamo? O forse è dovuto al fatto che il documentario sta vivendo un nuovo interesse mondiale, dovuto anche al desiderio di informazione che circola dappertutto, social network in primis? Difficile dare una risposta univoca. Magari è perchè il mockumentary è anche lui un pò come il backgammon, dove puoi fare e disfare, con le tue pedine, strategie e tattiche, mentre lo spettatore è il tuo avversario. Ma i dadi li tieni in mano solamente tu.