Venezia: il produttore dei cinepanettoni italiani annuncia di voler trasformare i film di Totò in 3

Il produttore dei cinepanettoni italiani annuncia di voler trasformare i film di Totò in 3D

Aurelio De Laurentiis, giunto ormai alla frutta e senza più idee, rimescola il calderone e pensa di ‘rovinare’ alcuni capolavori del Principe De Curtis

Link – News su Repubblica.it: http://www.repubblica.it/speciali/cinema/venezia/2010/08/31/news/toto_3d-6663921/

Il ‘prominent Italian film producer’ della Filmauro srl pluripremiato come miglior produttore italiano.. ma nessuno ancora gli ha spiegato che il Cinema 3D Stereo di qualità dev’essere pensato già in 3D e poi realizzato…

È un grave errore trasformare film 2D in 3D (questo inganno tecnico serve soltanto per ragioni di risparmio) non solo per problemi di semantica e di linguaggio filmico, ma anche per ragioni tecniche e neurosensoriali (anche per evitare un possibile fastidio alla vista ..e stanchezza al cervello).

Noi e gli schermi: storia di un amore che cambia

Questa è un’anticipazione del tema che tratterò nel Moviecamp del 9 settembra a Venezia in contemporanea con il Festival del cinema.


Ho sempre pensato che sia fondamentale indagare il rapporto che esiste fra l’audiovisivo e chi lo guarda. Già qui si crea il primo nodo: come chiamarci quando siamo nel mezzo di una visione? Spettatori, Pubblico, Audience, Fruitori? Non è una questione oziosa, perchè un nome dà subito un’identità. Ma qualsiasi parola venga scelta sappiamo che qualcosa è cambiato. Da Sandokan a Lost, da Apocalypse Now ad Avatar, noi e la narrazione siamo diversi, molto diversi in una relazione, in un amore che è cambiato.

Ho scelto queste quattro tappe per poter raccontare questa profonda mutazione che ha visto modificare notevolmente lo scenario del nostro consumo di narrazione visiva. Sandokan, classe del 1976, con la regia di Sergio Sollima, rappresenta un’apice della televisione italiana. Prima di tutto resta lo “sceneggiato”, precursore differente dell’attuale fiction televisiva, più visto in assoluto, con punte di ascolto medio che arrivarono ai 26 milioni di audience. Sandokan è moderno, appartiene al ‘900, allo sferragliare del treno, alla luce elettrica e viene da quella incredibile penna che è stato Emilio Salgari, il più grande scrittore pop italiano, il mitografo per eccellenza di intere generazioni del nostro paese. Tutti sanno che Salgari è stato il padre di Sandokan, ma non molti conoscono la sua produzione di 80 romanzi e oltre 120 racconti che hanno come tema l’avventura, pochissimi sanno poi che morì suicida in un manicomio, internato per una malattia mentale, e che la stessa sorte toccò a due dei suoi quattri figli. Comunque Salgari è stata una tappa obbligata per i giovani che si avvicinano ai libri. Poi c’è Lost, ultimo atto della rivoluzione narrativa che da alcuni anni, potremmo dire da E.R. – Emergency Room la tv americana ha iniziato nel piccolo schermo, spostando qui, e non più nel cinema, il centro della sperimentazione del racconto e delle dinamiche fra personaggi. Almeno per quello che riguarda gli USA. Mentre Hollywood proponeva stanchi blockbuster, alcuni network americani tentavano, a volte con successo e a volte no, di innovare i modelli del racconto. Basta guardare la lista degli Emmy negli ultimi anni: Friends, Frasier, Seinfeld per la sit-com e 24, E.R., House, Heroes,C.S.I., Dexter e Lost. Ma ne potremmo menzionare molti altri. Lost è il simbolo del digitale nella tv, con la sua community di personaggi, che violano i confini dello spazio e del tempo, in una narrazione diversa e soprattutto non lineare. Ogni volta che mi chiedono di raccontarlo non so cosa fare. Da dove cominciare in quel grande archivio di file che si incrociano come un ipertesto? Oggettivamente Lost non ha mai raggiunto i grandi numeri delle narrazioni seriali del passato, nè in italia, nè in USA, dove resta saldamente al comando M.A.S.H. Ma va considerata la rete coi suoi spettatori e gli incalcolabili milioni di download e di post sui social network. Niente è stato più visto, commentato, replicato, rieditato della storia dell’Isola. Lo schermo si è moltiplicato qui, è diventato estensione del nostro immaginario, del nostro bricolage mediatico, della post-modernità.

Apocalypse Now di F.F.Coppola, è il raggiugimento dell’apice della modernità. Basato sullo splendido romanzo di Joseph Conrad, questo film è il viaggio dentro l’animo umano, dentro il ‘900 stesso fino a riuscire a rappresentare la perfezione della crudeltà e della soprravvivenza dell’uomo, definendo un ritratto crudo, intenso e oscuro del superamento della morale sociale. L’ultimo grande film atteso della modernità, con una sequenza iniziale perfetta, un aereo che scarica napalm sulla giungla vietnamita mentre risuonano le note di The End dei Doors. Un film impossibile da rifare oggi, a partire dalla scena del sacrificio dell’animale, che ha creato una sua mitologia per le vicissitudini nel suo making of, dall’infarto di Martin Sheen al grande quantitativo di droghe usato dalla troupe durante le riprese. Al contrario Sandokan in Apocalypse Now l’esotismo è la rappresentazione del lato oscuro dell’uomo. Avatar invece rinnova idealmente il design del corpo filmico, almeno nelle sue intenzioni, lasciando il conflitto interiore per trasferirsi sul campo di battaglia dello scontro fra la natura e la civiltà. Avatar è un film orizzontale, mentre quello di Coppola è un spirale verticale che va a perdere in noi stessi. Avatar è un film partecipato, apparentemente corale, vissuto e vittorioso grazie ai social network, ingenuamente politico nel suo essere contro le politiche del presidente Bush. Ma resta il film della connettività e delle rete, dove ogni spettatore è diventato il corpo-avatar del protagonista.

Ma allora dov’è il cambiamento? Il cambiamento siamo noi ed il nostro rapporto con la narrazione. Se prima troneggia l’autore, il personaggio, l’eroe, per dirla alla Vogler, oggi sono gli utenti della rete a completare e ad aggiungere significanti e significati ad un film, tanto da rendere i social network la grande narrazione contemporanea. Negli Stati Uniti c’è chi stampa i tweets e li legge come fosse un giornale. Inoltre guardate la vostra pagina di facebook, non è forse una narrazione della relazione fra voi ed i vostri amici? Mi piace pensare ad un narrazione invasa, incontrollata, sicuramente non lineare, condivisa, un montaggio senza regola ed in continuo divenire. Allora cos’è lo schermo oggi? Non più intrattenimento, non più informazione, ma estensione del nostro essere corpo, anzi persona, dove ogni giorno raccontiamo, con post, link e commenti, la nostra vita. I social network sono le piattaforme, ma i protagonisti siamo noi ed il nostro abitare incessante in un flusso continuo. D’altronde cosa sarebbe Facebook senza i suoi utenti? Solo uno spazio bianco. Da qui nasce la sfida verso una nuova forma di racconto che riesca a restituire la complessità delle relazioni. Una sifda che è solo all’inizio.

Il caso Vimeo – Internet come mezzo – INTERVISTA AL TEAM DI VIMEO

IL CASO VIMEO – INTERNET COME MEZZO
Ogni giorno emerge da qualche luogo lontano, per mano quasi sempre di un paio di studenti universitari americani,  un nuovo social network, un nuovo aggregatore di contenuti, un nuovo blocco degli appunti capace di tracciare i nostri interessi e restituirceli ben organizzati, in un design semplice e rilassante, taggati e categorizzati secondo le nostre inclinazioni.
Sono sempre di più gli utenti della rete che ne apprendono il linguaggio e ne plasmano i connotati secondo le proprie esigenze. Mediante un’idea, un software, un social network. E’ come se ognuno di noi fosse capace di farsi da se una piccola applicazione per l’iPhone.
Il principio è quello: quasi tutte le applicazioni fanno automaticamente e senza passaggi complicati quanto sarebbe già possibile fare senza la medesima applicazione, ma con un semplice accesso ad internet. Le applicazioni organizzano semplicemente un flusso di lavoro specifico e limitato ad un unico obiettivo.
Ecco che nascono “applicazioni” di ogni genere  che in alcuni casi favoriscono la nascita di comunità di tutti i tipi.
Una comunità cui anch’io ho aderito da qualche anno è quella di Vimeo.
Cos’è Vimeo? Un luogo nella rete in cui gli utenti possono caricare i propri video e guardare e commentare i video di altri utenti.
Niente che non si potesse già fare tramite Youtube. Ed allora? Perche nel giro di pochi anni (dal 2004) Vimeo ha raccolto (aggregato) intorno al suo server milioni di utenti specializzati esclusivamente nella produzione di contenuti video?
Perché è molto meno di YouTube e molto di più al tempo stesso. Anzi, è forse l’anti YouTube.
Vimeo è uno spazio in cui si possono caricare solo contenuti che si è contribuito a creare. Ecco, basta questa limitazione nelle “guidelines” per rischiare il flop oppure, al contrario, il botto. Vimeo ha fatto il botto!
Da tutto il mondo i creatori di contenuti si sono ritrovati su Vimeo per scambiare opinioni, chiedere e dare consigli tecnici, mostrare le proprie opere originali, condividere test e progetti.
Vimeo nella sua apparente semplicità è diventato un canale molto influente, tanto dal punto di vista del marketing quanto dell’apprendimento.
I tipi di Vimeo non lavorano solo per passione, ma devono dare conto ad una casa madre che bada bene al profitto. Il profitto dipende unicamente dal lavoro di pochi tipi al quartier generale di Vimeo e di milioni di utenti sparsi per il mondo.
Ogni utente lavora indirettamente e con grande passione per conto di un capo che non è un capo, ma una madre, una casa accogliente e ben organizzata.
Io adoro Vimeo e ringrazio la comunità di utenti che ne fa parte e che mi ha aiutato a risolvere una miriade di problemi nel mio settore di lavoro.
Vimeo è più di un forum, è una saletta in cui si vede ciò di cui si parla (un cineforum in cui si organizzano “dibattiti tecnici” dopo le proiezioni).
Non ci sono segreti di Pulcinella su Vimeo, ognuno ha il piacere di condividere la propria tecnica, le proprie scoperte, senza temere che questo possa minare l’originalità dei propri lavori.
Vimeo era semplicemente necessario ed è stato creato nel 2004 a New York da un gruppo di giovani filmmakers.
IN ITALIA
In un’ Italia in cui il business della formazione senza futuro, panacea di  professionisti del finanziamento europeo, un’Italia in cui sembra ormai impossibile che un’idea diventi qualcosa di più che un desiderio, i tipi di Vimeo ed il sistema americano tutto, dovrebbero insegnare qualcosa. Internet è una risorsa, uno strumento ed una possibilità. Internet è un mezzo e non il fine. L’accesso ad internet non dovrebbe essere un lusso. L’Italia tutta, ancor di più i piccoli centri ed i paesini, dovrebbero essere avvantaggiati e non discriminati nella’accesso alla rete. La possibilità di usufruire di un tale strumento rivoluzionario ha una portata
socio-culturale di tale livello che la politica stessa dovrebbe riuscire a piegare le esclusive logiche del profitto (immediato) e dirigere la crescita.
Tutti i soldi (subito e nel modo più semplice) è una prassi che fa arricchire pochi e non aiuta la nazione a crescere. Molto più produttivo sarebbe guardare al futuro pianificando investimenti che porterebbero i propri frutti (dal punto di vista economico, ma anche culturale e sociale) un po’ più in la nel tempo.
Non dimentichiamoci che ogni business è una “concessione” data a determinate condizioni ad un privato da parte del potere pubblico.
Il prossimo bando dovrebbe prevedere non solo le migliori condizioni economiche come criterio di valutazione delle proposte dei concorrenti, ma anche e soprattutto una visione del futuro che implica la capacità di favorire la formazione, lo scambio, la crescita e lo sviluppo di nuove iniziative creative ed imprenditoriali.
Gli operatori del settore, le loro offerte e condizioni contrattuali, le loro politiche economiche, limitano notevolmente l’accesso all’informazione distribuita sulla rete, impedendo ad una moltitudine di cittadini la possibilità di comprendere e contribuire al cammino della nostra civiltà tecnologica.
Siamo per buona parte gente che cammina, in ritardo, su strade tracciate da altri.
Eppure è un tale business, che in molti potrebbero fare la propria fortuna e molti altri potrebbero trarre vantaggio ad assecondare le fortune altrui.
Il caso di Vimeo è esemplare. Nasce da una piccola cerchia di “artisti”, quindi non da imprenditori. Visto che funziona un gruppo più grande ne coglie le prospettive economiche e finanzia l‘iniziativa. Nel giro di tre/quattro anni Vimeo è famosa in tutti il mondo. E’ un business che rende, un punto di riferimento di un’ampia comunità che parla una sola lingua, l’inglese.
Come se non bastasse, personalmente ho potuto assistere alla crescita imprenditoriale di numerosi piccolo “artigiani” del fai da te (DIY).
Quasi sempre ragazzini che iniziano nel proprio garage a costruire accrocchi quanto più economici possibili (ma funzionanti) e che, grazie anche a Vimeo, hanno potuto far conoscere alla comunità mondiale di filmmakers i propri prodotti, promuovendo se stessi mediante uno strumento che costa, ad un utente cosiddetto “Plus”, appena 40$ l’anno. Se Vimeo, in quanto “broadcaster” avesse invece preteso da quegli stessi “artigiani” 1.200$ l’anno?
Di seguito l’intervista che ho realizzato con i tipi di Vimeo. Buona lettura.
THE ITALIAN INTERVIEW
1) Vimeo’s date of birth
Three lines of serious bio and three lines of informal bio..
[first three steps: from the idea to the realization]
Created by filmmakers in 2004 in New York City as a way to share their work with one another in a visually clean and user-friendly environment, Vimeo began within Connected Ventures (CV), along with CollegeHumor. IAC (NASDAQ: IACI) purchased the company in 2006 and split Vimeo from the CV group in 2008. Vimeo is now an independent operating business of IAC.
Creato da alcuni filmamakers nel 2004 a New York City per poter scambiare i propri video con altre persone in un ambiente pulito e semplice da navigare, Vimeo ha avuto inizio all’interno di Connected Ventures, insieme a College Humor.
IAC (NASDAQ: IACI) ha comprato la società nel 2006 separando Vimeo da CV mel 2008.
Vimeo attualmente è un ramo indipendente del business della AIC.
2) Vimeo’s philosophy
The ABC of Vimeo’s lifestyle
[Are you an opposite of YOUTUBE?]
Vimeo provides the easiest way for people to host and share their videos in high quality.  The site provides great privacy features and inspiring videos from a vibrant, respectful community of creative users who care about how and where they show their work. Vimeo’s mission is to empower and inspire people who create video. Vimeo is, first and foremost, a service for the individual video creator.  As such, our terms of service and our upload guidelines are fairly restrictive:  For example, we only allow videos that users have created themselves,  and we do not allow overtly commercial and non-creative videos (like real estate walkthroughs or video game-play videos) on the site.
Vimeo fornisce il miglior modo per la gente di condividere i propri video ad alta qualità. Il sito fornisce grandi possibilità di gestione della privacy e video prodotti da una comunità vivace e rispettosa di creativi cui importa il come ed il dove i propri lavori vengono mostrati. La missione di Vimeo è di favorire ed ispirare la gente che crea video. Vimeo è innanzitutto e più di ogni altra cosa, un servizio per i creatori individuali di video. Ecco perché il nostro regolamento e le linee guida per l’upload dei video sono abbastanza restrittive: per esempio, consentiamo di caricare solo video creati dagli utenti stessi e non permettiamo di caricare sul sito video apertamente commerciali e non creativi.
3) The business
What was your start up financial investment?
We do not disclose financial information.
Non divulghiamo informazioni finanziarie.
4) Your nowadays profit?
We do not disclose financial information
Non divulghiamo informazioni finanziarie.
5) Right now I think users can see Vimeo.com as the ability to create portfolio’s pages on the one hand and like a real school (excellent, free and owned) on the other side.
That’s how I use it. What’s the future?
Vimeo will continue to be an excellent resource for featuring and viewing great videos. Our community is extremely generous when it comes to sharing the techniques used in crafting videos.  We will continue to foster that sharing through an atmosphere where the community can expand its knowledge and grow in both an artistic and technical sense.
Vimeo continuerà ad essere un’eccellente risorsa per distribuire e guardare grandi video. La nostra comunità è estremamente generosa quando si tratta di condividere l’esperienza tecnica usata per creare i video. Noi continueremo a favorire questo scambio creando un’atmosfera in cui tutti i partecipanti possono accrescere le proprie conoscenze sia in campo tecnico che artistico.
6) What is changing in how we all produce and distribute content according to your privileged point of view?
How do Vimeo.com power the change?
Technology now allows for those without large budgets or expensive equipment to share high quality videos with viewers anywhere in the world. The Internet has been the primary tool in this revolution and Vimeo has been a beacon for creators of all types from around the world to share these ideas.
Oggigiorno la tecnologia permette a coloro che non hanno un grosso budget o apparecchiature costone di condividere i propri lavori con spettatori da tutto il mondo. Internet è stata il primo strumento di questa rivoluzione mentre Vimeo è stato un faro per i creatori di ogni genere  e da tutto il mondo per condividere queste idee.
7) How many small businesses are born and made themselves known through Vimeo.com?
We do not track that information.
Non teniamo traccia di questi dati.
8) Can you tell me how your audience is worldwide distributed in %?
How many Italian users? How many Mac and Pc..?
Vimeo has more than 30M monthly visitors and 4M registered users.   US is #1, followed by UK, France and Germany. We are just starting to see traction within the Italian market, which right now represents about 2% of our global traffic.
Vimeo ha più di 30 milioni di visitatori al mese e 4 milioni di utenti registrati.
Gli Stati Uniti sono al primo posto, seguiti dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dalla Germania. Stiamo appena iniziando a tracciare la presenza del mercato italiano che per ora rappresenta circa il 2% del nostro traffico globale.
9) What Vimeo.com will never be/do/perform/build/put in/get?
We have no plans to place ads before your videos or on top of it. We treat each video as a space to be respected. We are more interested in creating a space for excellent videos and smart discussion.
Non abbiamo in programma di inserire pubblicità prima dei vostri video o sopra. Trattiamo ogni video come uno spazio da rispettare. Siamo più interessati a creare uno spazio per video di qualità e discussioni brillanti.
10) Your three magic words?
Quality, community, and content.
Qualità, comunità e contenuto.
11) The Vimeo team’s favorite movies? Name by name, people and movie..  🙂
There are too many to pick from but almost everyone at Vimeo likes Jurassic Park.
Troppi fra cui scegliere, ma la maggior parte qui a Vimeo adora Jurassic Park.

Logo Vimeo

Ogni giorno emerge da qualche luogo lontano, per mano quasi sempre di un paio di studenti universitari americani, un nuovo social network, un nuovo aggregatore di contenuti, un nuovo blocco degli appunti capace di tracciare i nostri interessi e restituirceli ben organizzati, in un design semplice e rilassante, taggati e categorizzati secondo le nostre inclinazioni.

Sono sempre di più gli utenti della rete che ne apprendono il linguaggio e ne plasmano i connotati secondo le proprie esigenze. Mediante un’idea, un software, un social network.
E’ come se ognuno di noi fosse capace di farsi da se una piccola applicazione per l’iPhone.
Il principio è quello: quasi tutte le applicazioni fanno automaticamente e senza passaggi complicati quanto sarebbe già possibile fare senza la medesima applicazione, ma con un semplice accesso ad internet.
Le applicazioni organizzano semplicemente un flusso di lavoro specifico e limitato ad un unico obiettivo.
Ecco che nascono “applicazioni” di ogni genere  che in alcuni casi favoriscono la nascita di comunità di tutti i tipi.

Una comunità cui anch’io ho aderito da qualche anno è quella di Vimeo.
Cos’è Vimeo? Un luogo nella rete in cui gli utenti possono caricare i propri video, quindi guardare e commentare i video di altri utenti.
Niente che non si potesse già fare tramite Youtube. Ed allora? Perche nel giro di pochi anni (dal 2004) Vimeo ha raccolto (aggregato) intorno al suo server milioni di utenti specializzati esclusivamente nella produzione di contenuti video?
Perché Vimeo è molto meno di YouTube e molto di più al tempo stesso. Anzi, è forse l’anti YouTube.

 

Vimeo è uno spazio in cui si possono caricare solo contenuti che si è contribuito a creare. Ecco, basta questa limitazione nelle “guidelines” per rischiare il flop oppure, al contrario, il botto. Vimeo ha fatto il botto!
Da tutto il mondo i creatori di contenuti si sono ritrovati su Vimeo per scambiare opinioni, chiedere e dare consigli tecnici, mostrare le proprie opere originali, condividere test e progetti.
Vimeo nella sua apparente semplicità è diventato un canale molto influente, tanto dal punto di vista del marketing quanto dell’apprendimento.
I tipi di Vimeo non lavorano solo per passione, ma devono dare conto ad una casa madre che bada bene al profitto. Il profitto dipende unicamente dal lavoro di pochi tipi al quartier generale di Vimeo e di milioni di utenti sparsi per il mondo. Ogni utente lavora indirettamente e con grande passione per conto di un capo che non è un capo, ma una madre, una casa accogliente e ben organizzata.
Io adoro Vimeo e ringrazio la comunità di utenti che ne fa parte e che mi ha aiutato a risolvere una miriade di problemi nel mio settore di lavoro.
Vimeo è più di un forum, è una saletta in cui si vede ciò di cui si parla ( un cineforum in cui si organizzano “dibattiti tecnici” dopo le proiezioni ).
Non ci sono segreti di Pulcinella su Vimeo, ognuno ha il piacere di condividere la propria tecnica, le proprie scoperte, senza temere che questo possa minare l’originalità dei propri lavori.
Vimeo era semplicemente necessario ed è stato creato nel 2004 a New York da un gruppo di giovani filmmakers.

IN ITALIA

In un’ Italia in cui il business della formazione senza futuro, panacea di  professionisti del finanziamento europeo, un’Italia in cui sembra ormai impossibile che un’idea diventi qualcosa di più che un desiderio, i tipi di Vimeo ed il sistema americano tutto, dovrebbero insegnare qualcosa. Internet è una risorsa, uno strumento ed una possibilità. Internet è un mezzo e non il fine. L’accesso ad internet non dovrebbe essere un lusso. L’Italia tutta, ancor di più i piccoli centri ed i paesi, dovrebbero essere avvantaggiati e non discriminati nella’accesso alla rete. La possibilità di usufruire di un tale strumento rivoluzionario ha una portata
socio-culturale di tale livello che la politica stessa dovrebbe riuscire a piegare le esclusive logiche del profitto (immediato) e dirigere la crescita.
Tutti i soldi ( subito e nel modo più semplice ) è una prassi che fa arricchire pochi e non aiuta la nazione a crescere. Molto più produttivo sarebbe guardare al futuro pianificando investimenti che porterebbero i propri frutti ( dal punto di vista economico, ma anche culturale e sociale ) un po’ più in la nel tempo. Non dimentichiamoci che ogni business è una “concessione” data a determinate condizioni ad un privato da parte del potere pubblico. Il prossimo bando dovrebbe prevedere non solo le migliori condizioni economiche come criterio di valutazione delle proposte dei concorrenti, ma anche e soprattutto una visione del futuro che implichi la capacità di favorire la formazione, lo scambio, la crescita e lo sviluppo di nuove iniziative creative ed imprenditoriali. Gli operatori del settore, le loro offerte e condizioni contrattuali, le loro politiche economiche, limitano notevolmente l’accesso all’informazione distribuita sulla rete, negando ad una moltitudine di cittadini la possibilità di comprendere e contribuire al cammino della nostra civiltà tecnologica.Siamo per buona parte gente che cammina, in ritardo, su strade tracciate da altri.
Eppure è un business che potrebbe fare la fortuna di molti soggetti e molti altri potrebbero trarre vantaggio ad assecondare le fortune altrui.
Il caso di Vimeo è esemplare: nasce da una piccola cerchia di “artisti”, quindi non da imprenditori. Visto che funziona un gruppo più grande ne coglie le prospettive economiche e finanzia l‘iniziativa. Nel giro di tre/quattro anni Vimeo è famosa in tutti il mondo. E’ un business che rende, un punto di riferimento di un’ampia comunità che parla una sola lingua, l’inglese.
Come se non bastasse, ho personalmente potuto assistere alla crescita imprenditoriale di numerosi piccolo “artigiani” del fai da te (DIY). Quasi sempre ragazzini che iniziano nel proprio garage a costruire accrocchi quanto più economici possibili (ma funzionanti) e che, grazie anche a Vimeo, hanno potuto far conoscere alla comunità mondiale di filmmakers i propri prodotti, promuovendo se stessi mediante uno strumento che costa, ad un utente cosiddetto “Plus”, appena 40$ l’anno. Se Vimeo, in qualità di “broadcaster” avesse invece preteso da quegli stessi “artigiani” 1.200$ l’anno?

(Di seguito l’intervista che ho realizzato con i tipi di Vimeo. Buona lettura)

L’INTERVISTA

1) Vimeo’s date of birth. Three lines of serious bio and three lines of informal bio..[first three steps: from the idea to the realization]

Created by filmmakers in 2004 in New York City as a way to share their work with one another in a visually clean and user-friendly environment, Vimeo began within Connected Ventures (CV), along with CollegeHumor. IAC (NASDAQ: IACI) purchased the company in 2006 and split Vimeo from the CV group in 2008. Vimeo is now an independent operating business of IAC.

Creato da alcuni filmamakers nel 2004 a New York City per poter scambiare i propri video con altre persone in un ambiente pulito e semplice da navigare, Vimeo ha avuto inizio all’interno di Connected Ventures, insieme a College Humor.IAC (NASDAQ: IACI) ha comprato la società nel 2006 separando Vimeo da CV mel 2008. Vimeo attualmente è un ramo indipendente del business della AIC.


2) Vimeo’s philosophyThe ABC of Vimeo’s lifestyle[Are you an opposite of YOUTUBE?]

Vimeo provides the easiest way for people to host and share their videos in high quality.  The site provides great privacy features and inspiring videos from a vibrant, respectful community of creative users who care about how and where they show their work. Vimeo’s mission is to empower and inspire people who create video. Vimeo is, first and foremost, a service for the individual video creator.  As such, our terms of service and our upload guidelines are fairly restrictive:  For example, we only allow videos that users have created themselves,  and we do not allow overtly commercial and non-creative videos (like real estate walkthroughs or video game-play videos) on the site.

Vimeo fornisce il miglior modo per la gente di condividere i propri video ad alta qualità. Il sito fornisce grandi possibilità di gestione della privacy e video prodotti da una comunità vivace e rispettosa di creativi cui importa il come ed il dove i propri lavori vengono mostrati. La missione di Vimeo è di favorire ed ispirare la gente che crea video. Vimeo è innanzitutto e più di ogni altra cosa, un servizio per i creatori individuali di video. Ecco perché il nostro regolamento e le linee guida per l’upload dei video sono abbastanza restrittive: per esempio, consentiamo di caricare solo video creati dagli utenti stessi e non permettiamo di caricare sul sito video apertamente commerciali e non creativi.


3) The businessWhat was your start up financial investment?

We do not disclose financial information.

Non divulghiamo informazioni finanziarie.


4) Your nowadays profit?

We do not disclose financial information

Non divulghiamo informazioni finanziarie.


5) Right now I think users can see Vimeo.com as the ability to create portfolio’s pages on the one hand and like a real school (excellent, free and owned) on the other side. That’s how I use it. What’s the future?

Vimeo will continue to be an excellent resource for featuring and viewing great videos. Our community is extremely generous when it comes to sharing the techniques used in crafting videos.  We will continue to foster that sharing through an atmosphere where the community can expand its knowledge and grow in both an artistic and technical sense.

Vimeo continuerà ad essere un’eccellente risorsa per distribuire e guardare grandi video. La nostra comunità è estremamente generosa quando si tratta di condividere l’esperienza tecnica usata per creare i video. Noi continueremo a favorire questo scambio creando un’atmosfera in cui tutti i partecipanti possano accrescere le proprie conoscenze sia in campo tecnico che artistico.

6) What is changing in how we all produce and distribute content according to your privileged point of view? How do Vimeo.com power the change?

Technology now allows for those without large budgets or expensive equipment to share high quality videos with viewers anywhere in the world. The Internet has been the primary tool in this revolution and Vimeo has been a beacon for creators of all types from around the world to share these ideas.

Oggigiorno la tecnologia permette a coloro che non hanno un grosso budget o apparecchiature costone di condividere i propri lavori con spettatori da tutto il mondo. Internet è stata il primo strumento di questa rivoluzione mentre Vimeo è stato un faro per i creatori di ogni genere  e da tutto il mondo per condividere queste idee.


7) How many small businesses are born and made themselves known through Vimeo.com?

We do not track that information.

Non teniamo traccia di questi dati.


8) Can you tell me how your audience is worldwide distributed in %?How many Italian users?

Vimeo has more than 30M monthly visitors and 4M registered users.   US is #1, followed by UK, France and Germany. We are just starting to see traction within the Italian market, which right now represents about 2% of our global traffic.

Vimeo ha più di 30 milioni di visitatori al mese e 4 milioni di utenti registrati.Gli Stati Uniti sono al primo posto, seguiti dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dalla Germania. Stiamo appena iniziando a tracciare la nostra presenza sul mercato italiano che per ora rappresenta circa il 2% del nostro traffico globale.

9) What Vimeo.com will never be/do/perform/build/put in/get?

We have no plans to place ads before your videos or on top of it. We treat each video as a space to be respected. We are more interested in creating a space for excellent videos and smart discussion.

Non abbiamo in programma di inserire pubblicità prima dei vostri video o sopra. Trattiamo ogni video come uno spazio da rispettare. Siamo più interessati a creare uno spazio per video di qualità e discussioni brillanti.


10) Your three magic words?

Quality, community, and content.

Qualità, comunità e contenuto.


11) The Vimeo team’s favorite movies? Name by name, people and movie..  🙂

There are too many to pick from but almost everyone at Vimeo likes Jurassic Park.

Troppi fra cui scegliere, ma la maggior parte qui a Vimeo adora Jurassic Park.

{jcomments on}

 

Piergiorgio Scuteri

I gatti di Istanbul come social network

Io sono abbastanza convinto che il primo social network della storia lo abbiamo creato i gatti. Non ne ho mai avuto uno e non ho velleità di paternità surrogata, eppure quel loro girare da star per le strade, quella non curanza pigra, pronto a mutarsi in attenzione e cura, ne rende un bell’oggetto di indagine e visione. Ci sono due città che secondo me hanno la loro anima nei gatti, la prima è Roma, la seconda è Istanbul. Ma cosa c’entrano i gatti col cinema? I gatti sono gli animali che meglio rispecchiamo la modernità.

Non vi convince? Eppure chi meglio di un gatto rispecchia il concetto di flaneur, del dandy vagabondo creato da Baudelaire, che tanto ha scritto sui gatti, e poi elaborato da Walter Benjamin? Abbiamo messo giù due carichi pesanti, soprattutto per quanto riguarda il filosofo tedesco, che andrebbe riletto sempre per capire la modernità, anche nella sua esperienza più avanzata e decadente – non in senso dispregiativo – come è quella che stiamo vivendo. Il cinema, come le grandi esposizioni universali, le prime gallerie commerciali sono i simboli fondanti di questa modernità, come in King Kong quando la granda scimmia selvaggia viene esposta in teatro, o la famosa battuta di Grand Hotel: “Gente che va, gente che viene”. La modernità diviene dinamismo, rumore, movimento ed i gatti sono lì, ad Istanbul, che girano dalla Moschea Blu fino ai cantieri del tunnel sotto al Bosforo, sono lì, autonomi sin dalla grande Costantinopoli dei Bizantini ed hanno visto la caduta dei sultani e l’ascesa della moderna repubblica di Ataturk. Sono lì e si conoscono, si sfiorano, si lanciano messaggi, ma non sopportano che qualcuno li possa costringere a sopprimere la loro individualità. Un social network, appunto, che sa che il futuro non sarà nel solo impiego della innovazioni tecniche, nel progresso come linea retta ed infinita, ma, come ha detto ancora una volta Benjamin, che: La tecnologia non è la conoscenza profonda della natura ma la relazione fra la natura e l’uomo.

I gatti, a parte qualche rara eccezione non sono protagonisti al cinema. A parte Gli Aristogatti di disneyana memoria, sono i cani i migliori amici dell’uomo sullo schermo. I gatti restano dei comprimari di lusso, come quello che accompagna Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, del quale vi consiglio la lettura del libro di Capote, oppure il Cagliostro di Kim Novak in Una Strega in Paradiso, oppure il gatto allevato dalle due Ragazze Interrotte Wynona Rider-Angelina Jolie. Per non dimenticare la splendida Michelle Pfeiffer – Catwoman nel secondo capitolo della saga dell’uomo pipistrello girato da Tim Burton, la passione dei gatti della portiera ne L’Elaganza del riccio, anche qui meglio leggere il libro, ed il mitico Gatto con gli Stivali della trilogia di Shrek.

E Istanbul? La Roma d’Oriente è una citta fatta di acqua e gatti, con i suoi 16 milioni di abitanti che ogni giorno ne calpestano i percorsi. Una metropoli che vive di wi-fi diffuso e bazaar delle spezie, di macchine veloci e dervisci roteanti, dove i felini stanno ancora scrivendo la storia e, forse, il futuro.

Non si esce vivi dagli anni 80

Mentre ancora cerco di ambientarmi al mio quotidiano, lasciato per un viaggio in Turchia, l’altra sera accendo la tv e trovo la rediviva Sabrina Salerno che da Italia1 ammicca celebrando l’ennesimo revival degli anni ’80. Già il dito è sul telecomando per lasciare Mitici 80, trasmissione di cui non si sentiva bisogno, quando qualcosa non mi torna. Sono di fronte ad un plagio brutto, inverso e spudorato. Lentamente sono convinto che Mitici 80 sia tv di servizio. Ma a servizio di chi?

 

Qualche anno fa, credo in molti lo ricorderanno, la Rai produsse una splendida trasmissione chiamata La Superstoria, basta sugli immensi archivi della televisione pubblica, che aveva i suoi punti di forza proprio nella scelta dei video di repertorio e nei testi che facevano da fil rouge per tutte le sue tre edizioni. Ora Mitici 80 è una sorta di retroplagio, dove la redazione del programma copia la struttura del programma Rai, senza nè l’acutezza dei testi, nè la qualità dei video, con il solo scopo di dipengere un mondo aureo, un’età dell’oro oramai terminata, un non-luogo dove eravamo felici, quasi a dipingere un’innocenza perduta del nostro paese, fatta di risate facili, feste senza fine, belle maggiorate che sembrano sempre così disponibili verso l’altro sesso. Sono gli anni della presa dell’immaginazione italiana da Ronald Reaganparte del berlusconismo, delle tv commerciali e non libere come affermano i redattori del programma, quelle erano le radio ed è un’altra storia. Sembra quasi di potersi cullare al suono di queste sirene per ricordare come era bello il mondo prima che i “cattivi magistrati” rovinassero tutto. Già, perchè di pezzi mancanti ce ne sono parecchi: guerra Iran-Iraq, la morte di Lennon, la repressione di Solidarnosc, l’attentato al papa, l’oscurantismo della chiesa cattolica verso le done, la tensione in Medio Oriente, l’Aids, il thatcherismo, il reaganismo, la repressione razzista in Sudafrica, il buco dell’Ozono, sempre il papa affacciato allo stesso balcone con Pinochet, il terrorismo internazionale, il terrorismo nazionale con gli omicidi Bachelet e Tobagi, la stazione di Bologna, Dalla Chiesa assassinato dalla mafia, Roberto Calvi impiccato, l’addio al socialismo del Psi di Bettino Craxi e molti altri ancora. Non saranno gli anni di piombo, ma di oro ce n’è ben poco. Ma fa tutto parte di quell’immenso effetto nostalgia che da qualcuno sta uscendo, intenzionalmente, da vari centri-propaganda.

E che cinema c’era negli anni 80? Abbiamo la grande esplosione dell’horror come fenomeno di massa, la scuola italiana si conferma con Dario Argento, anche se in tono meno creativo rispetto al decennio precedente, però sono gli anni di Nightmare, Halloween e Venerdì 13, che putroppo daranno vita ad innumerevoli sequel quasi mai all’altezza. Il maestro Kubrick fa un giro nel genere e ci regala quel capolavoro chiamato Shining! Si contrappongono due differenti visioni del futuro, quello “fantastico” di E.T. di Spielberg, con i suoi epigoni e sodali George Lucas, Joe Dante e Zemeckis, con i sovuti distinguo, e la vizione apocalittica del nuovo medio evo e della mutazione: Blade Runner, Terminator, Videodrome, La Mosca, La Cosa, 1997:Fuga da New York; praticamente Cameron, Carpenter e Cronenberg. Tre registi destinati a lasciare un’autostrada poetica nel nuovo cinema americano. Come nuova è la commedia americana ad opera di Joohn Landis. Per non parlare della nuova visione sul Vietnam con Oliver Stone, Platoon e Nato il 4 Luglio. Anche qui il maestro Kubrick ci fa un giro e ci regala Full Metal Jacket.

E in Italia? Nel nostro paese il cinema crolla. Si, esistono i film, ma il cinema come movimento, fenomeno collettivo registra la nascita dei cinepattoni. Si vive di personaggi, che lavorano egregiamente come Bertolucci, Tornatore, Moretti, Verdone e Troisi. Il nostro immaginario si avvia alla colonizzazione del piccolo schermo, in una sbornia colossale che ci farà consumare quasi la metà delle libraries televisive. Non esistiamo, se non in quel filone, terribilmente auto-referenziale e auto-autoriale, dispegiativamente chiamato “due camere e cucina”. Si dice che ci sia l’intenzione di raccontare storie diverse, ma tutte senza approfondimento, ne coinvogimenti, con una sciatteria che spesso viene giustificata come presa diretta sul reale. Normale che in questo scenario la voglia della risata facile trionfi, così che Drive In si riversi nel grande schermo.

C’è ancora nel nostro paese il tentativo di rivivere quel periodo d’oro? Si ed i maniera molto forte, fino a dimenticarsi davvero di chi si è, nella speranza che tutto si appiani e si dipani, che i cinesi tornino in bicicletta, che gli immigrati ritornino macchiette come il celebre Aziz del telefilm I ragazzi della terza C, o siano gli alfieri delle nostre squadre di calcio. C’è la voglia di vivere in un Dolce Domani, citanto il film del canadese Atom Egoyan, in un’eterno presente del made in italy, basta leggere la notizia di oggi che recita che Mogliano Veneto si sta attrezzando per celebrare un imminente anniversario storico, i cento anni della nascita di Ronald Reagan.

In fondo è come vivere nell’immagini iniziali di Blue Velvet di David Lynch, uno splendido sobborgo americano, dove sotto ci sono insetti e topi che si travolgono senza posa.

Elogio di Ferribotte

Non amo scrivere i coccodrilli, nè ritengo che questo sia lo spazio adatto, ma stavolta la regola va spezzata. Per Tiburia Murgia, alias Ferribotte, l’eccezione va fatta e se mi seguite vi spieghero le ragioni di questa scelta. Murgia è stato uno dei più grandi caratteristi del cinema italiano, professionalità non solo persa, ma quasi diventata insulto nel cinema contemporaneo del nostro paese.

E pensare che uno delle cose che rendono ancora il cinema americano così forte è proprio la presenza di caratteristi straordinari. La sua filmografia conta oltre 110 film e nasce proprio da un incontro con il genio della commedia all’italiana, il maestro Mario Monicelli, che lo scrittura nel 1958 per fare uno dei componenti della banda de I Soliti Ignoti, l’emigrato siculo Ferribotte, soprannome che lo accompagnerà per una vita. Murgia era l’ultimo ancora in vita del cast che interpretò la banda del film, capolavoro assoluto della commedia mondiale. Inutile menzionare tutte le sue altre partecipazioni, di colui, che sardo di nascita, ha rappresentato lo stereotipo dell’emigrato siciliano nel cinema.

I soliti Ignoti

E’ la vita stessa si Ferribotte ad essere storia da cinema, Murgia nasce in Sardegna ed è costretto a scappare per due motivi: ufficialmente ha la fama di essere un latin lover, uno sciupafemmine , quindi meglio cambiare aria quando mariti o fratelli gelosi si fanno minacciosi. A questo si aggiunge un altro elemento, cioè la sua fede politica comunista che ne fa candidato perfetto per la famosa Scuola Politica del PCI a Frattocchie,  località vicino Roma. Murgia studia per diventare un quadro del partito, ma alla fine si perde di nuovo dietro alle gonne, come si diceva una volta, e si ritrova a fuggire da altri mariti gelosi, anche in seno al partito comunista. Ancora una volta è costretto ad andare via, stavolta destinazione Belgio, terra d’emigrazione. Qui il “nostro” inciampa ancora nella storia, infatti è uno degli uomini che si trova di fronte al disastro di Marcinelle, una delle tragedie più profonde riguardo la storia dell’emigrazione italiana: Ferribotte infatti, faceva parte della squadra che stava per scendere nella miniera maledetta poco prima dell’esplosione. Moriranno 262 minatori su 274 presenti. Sconvolto torna a Roma, dove incontra, come abbiamo detto, Monicelli ed inizia la sua carriera d’attore.

Ma non finisce qui. Ora però entriamo nel gossip storico, nelle voci di corridoio e di set, che i cinematografari amano fare durante le pause. Alcuni dicono che Ferribotte in realtà rimase sempre legato al partito comunista e fosse un collegamento con il mondo del cinema, altri invece lo vogliono sovvenzionatore di gruppi della sinistra extraparlamentare. Qui si entra in territori incerti, dove la biografia di Ferribotte si incrocia sempre col mito, anche se nel 1968/69 Murgia si trova a Praga per girare La Ragazza Di Praga, proprio durante i fervidi e tormentati giorni della primavera della capitale dell’allora Cecoslovacchia.

Quella che resta è la vicenda di un’attore, caratterista meraviglioso, la cui vita si è equamente divisa fra la finzione e la realtà, senza mai avere un confine preciso. Si è spento stanotte nella sua casa di Tolfa, dove da tempo era malato di Alzhaimer. Ciao Ferribotte.

Il Cinema Italiano e il suo fascino

Agli inizi degli anni Sessanta si inaugura il decennio più celebrato per la storia del cinema italiano con i film: La Ciociara di De Sica, La dolce vita di Fellini, L’avventura di Antonioni, Rocco e i suoi fratelli di Visconti, che riscuotono un indiscusso successo di pubblico, basti pensare che La dolce vita sarà il film italiano più redditizio del 1964.

La XX Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1959 evidenzia questa crescente attenzione nei confronti del nostro cinema, premiando ex-aequo La Grande Guerra di Mario Monicelli e Il generale della Rovere di Roberto Rossellini, opere che trattano gli avvenimenti storici, come la guerra e la Resistenza, con una sensibilità diversa, abbandonando il genere storico-mitologico e la commedia di costume, per soffermarsi sulla sfera privata dell’individuo narrandone gli aspetti più intimistici.

Proprio in questo periodo, nel cinema italiano debuttano alcuni giovani cineasti che sono finanziati dai maggiori produttori cinematografici, forti dei successi commerciali al box office: Damiani, Bava, Olmi, Vancini, Fulci e Pontecorvo. Esordiscono anche Pasolini, Leone, Polidoro, Giannetti, Montaldo, Petri e De Seta; a cui si aggiungono, in un secondo momento, Bertolucci, Jacopetti, Orsini, Griffi, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani. All’inizio, solo alcuni di loro si allineano ai dettami dei generi cinematografici che imperversano, preferendo invece dar libero sfogo alla propria creatività autoriale.

A distanza di quarant’anni, il cinema italiano conserva intatto il suo fascino facendoci ancora sognare ed emozionare, un cinema che si è rivelato potente e visionario, che ha influenzato e ammaliato registi del calibro di Stanley Kubrick, Joe Dante, Clint Eastwood e Quentin Tarantino, quest’ultimo direttore dell’attuale 67 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Lo stesso Tarantino, in varie interviste, non ha mai nascosto di avere un debole per il cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta, e di apprezzare tantissimo Sergio Leone, uno dei registi che ha influenzato in modo speciale il cinema delle nuove generazioni di cineasti. A Leone, padre del genere “western all’italiana”, il merito di aver innovato il cinema italiano e internazionale attraverso una regia brillante che si è espressa con l’uso originale di inquadrature in “soggettiva” scandite da dettagli, primissimi piani e campi lunghi; con l’utilizzo sapiente del silenzio negli attori, accompagnato da una musica avvincente che crea un ritmo e una suspance mai visti prima nel cinema. Altri elementi innovativi che hanno contribuito a porre Leone in una posizione di assoluto rilievo nel panorama del cinema internazionale, e a distinguerlo definitivamente dai pionieri del western americano come Jhon Ford, Raoul Walsh e Howard Hawks, sono: le scenografie ridotte al minimo, le sparatorie frequentissime e sanguinarie, l’ironia usata come elemento fondante e indispensabile, e la caratterizzazione realistica e puntuale dei personaggi che non appaiono più stereotipati come prima.

E’ sempre attuale la grande lezione di cinema che Leone ci ha consegnato in eredità, da Per un pugno di dollari in poi, e capolavori come Arancia Meccanica di Kubrick e Kill Bill assieme a molti altri film di Tarantino, avrebbero avuto sicuramente un’altra genesi se non fosse esistito il cinema rivoluzionario di Sergio Leone.

 

Il potere della parodia e della parola.

Non so quanti voi abbiano visto il film La Caduta, una produzione tedesce del 2004 che racconta gli ultimi giorni di Adolf Hitler prima della sua morte. Ma sono sicuro che molti di voi hanno visto una scena di quel film, quella in cui Bruno Ganz, che interpreta il dittatore nazista, esplode di rabbia mentre sta organizzando la difesa di Berlino dall’assedio dell’Armata Rossa. La scena in questione è stata utilizzate almeno un centinaio di volte, lasciando l’audio in tedesco, ma cambiando ogni volta i sottotitoli, facendo in modo che Hitler diventasse la vittima delle grandi aziende del mondo digitale. La rabbia di Hitler si è scatenata contro Apple, per la ricezione dell’iPhone4, Microsoft, per i problemi con l’Xbox, Android e molti altri divendo così uno dei più cliccati di Internet.Niente immagini editate, solamente una scena un testo diverso.

Hitler_GanzLa parodia è un genere molto praticato in rete, se ne posso vedere moltissime su Youtube, con dei veri e propri specialisti che hanno imparato ad usare anche il dialetto come mezzo espressivo. Ad esempio Marco Papa, che doppia in dialetto abruzzese i film campioni al box office, oppure quei ragazzi che usato il calabrese per Heidi, oppure Toni Troja che usa la parodia per sottolineare il suo impegno antimafia. Alla base di tutto c’è un uso forte della parola insieme all’immagine. Inoltre c’è l’uso della parodia, del grottesco e dell’ironia, armi e generi che sono stati ben frequentati dal nostro cinema fino all’inizio degli anni ’80. Ma è la parola che diventa di nuovo protagonista, quasi in contrasto con quel vecchio assunto che vuole il cinema come racconto di immagini. Nel 1990 Tom Stoppard, celebre sceneggiatore, vinse il Leone d’Oro con la sua prima ed unica regia, di Rosencrantz e Guilderstern Sono Morti, dove ci sono almeno due scene di dialogo da cineteca: il duello di tennis e domande e quella della moneta. Stoppard ha sollevato parecchie polemiche nel dare un’importanza così forte nella narrazione visiva, tanto che alcuni dissero che il premio era immeritato. Eppure la parola nel cinema, che sia dialogo, voce off, sceneggiatura è fondamentale. Prendiamo ad esempio un altro grande film che ha sconvolto per il suo montaggio, ovvero 21 Grammi della coppia Arriaga/Inarritu. Tutti credevano che l’innovazione fosse stata tutta in sala montaggio, ma non è così. Infatti tutto il montaggio a sbalzi temporali era già scritto in scenggiatura.

Ora la rete si sta riappropriando della parola nei video, lo prova anche il sempre minore numero di click per video con imprese sportive, scene di animali e bambini, ma in maniera diversa dalla tv e dal cinema. Sicuramente sta seguendo dei tracciati già percorsi, ma ogni volta restituendo in maniera diversa i propri prodotti. Riappropriarsi della parola come forza narrativa significa operare con il mezzo più low cost del mondo ed iniziare a scrivere il proprio percorso! Internet deve oggi assolutamente cercare di scrivere il suo percorso espressivo della narrazione video e saranno sicuramente le comunità grassroots a scriverlo. Il mio invito è quello di non portare nè il cinema nè la tv nella rete, ma di cercare la propria “parola”.

P.S. Anche i columnist vanno in vacanza. Auguro a tutti gli amici di Moviecamp di trascorrere felici vacanze. Per quanto mi riguarda l’appuntamento sarà fra 15 giorni e con Moviecamp il 31 agosto all’Asolo Art Festival.

3D, la falsa innovazione.

“Hai visto Avatar?”. Questo era la domanda ricorrente dopo l’uscita dell’ultimo kolossal firmato James Cameron. Visti gli incassi e la risonanza mediatica è difficile pensare che non ci sia, fra gli amanti del cinema, qualcuno che non abbia visto questo, anche se non si può mai dire. Premetto subito che Avatar per me è una delle esperienze visive migliori che siano mai state realizzate, incredibile in ogni suo aspetto e che porta la tecnologia visuale all’apice. Ma Avatar è anche un gran film? Provate a rivederlo in visione domestica senza 3D e poi rifatevi la domanda. Io non sono un conservatore o un nostalgico, visto che alla fine il cinema stesso è una tecnologia – senza futuro come dissero i fratelli Lumiere – e che l’innovazione è parte integrante del linguaggio cinematografico. Però io non considerò il 3D di Avatar un’innovazione. Va da sè che dobbiamo intenderci sul concetto di innovazione e novità.  

Avatar

Facciamo un pò di storia. Il cinema 3D o stereoscopico nasce proprio pochi anni dopo l’invenzione del cinema, sono gli stessi Lumiere ha realizzare una versione tridimensionale del famoso arrivo del treno alla stazione. Ma sono molti i titoli nel corso della storia ad avvalersi della tecnologia 3D, lo dimostrano anche le tanti immagine dove intere audience indossano i famosi occhialini nella sale cinematografiche. Spesso si tratta di film fantascienza o horror che vogliono aumentare il fronte spettacolore dei loro film. Sicuramente da non sottovalutare, basta ricordare come quel genio di George Melies abbia introdotto davvero lo standard degli effetti speciali con il suo Viaggio nella Luna del 1902 e tramite tutta la sua intera filmografia, allontandosi dal cinematografo, per avvicinarsi all’idea moderna di cinema. Le innovazioni, che per me incidono proprio nei cambiamenti di un sistema di lunguaggio, sono frequenti nel cinema: la steadycam di Kubrick in Shining, o il piano sequenza, cioè la capacità di girare una scena senza stacchi della macchina da presa. Da amante del cinema non vi posso far mancare 4 grandi piani sequenza: l’inizio de L’infernale Quinlan di Orson Welles, Nodo alla gola ovvero Hitchcock che gira un film in piano sequenza concedendosi solo alcuni stacchi tecnici per cambiare il rullo della pellicola, Arca Russa di Alecsander Sokurov, a cui riesce il sogno di girare un film intero in piano sequenza, grazie alla tecnologia, dentro all’Hermitage di San Pietroburgo, e I figli degli Uomini di Alfonso Cuaron, dove il regista messicano riesce a girare due difficili scene di azione sempre in piano sequenza. Innovazione tecnologica che cambia il linguaggio, non una novita fine a se stessa. Innovazione come è stata l’intoduzione della qualità digitale nel suono, Dolby Surround e THX. Se dovessi farvi un esempio di novità, invece, allora sceglierei il Bullet Time usato in Matrix, splendida tecnologia che segna lo strappo nel tempo, ma che non è riuscita ad incidere così profondamente come prometteva. Per non parlare di quando la tecnologia porta al ridicolo se non ci sono idee di racconto, come tutta la nuova trilogia di Guerre Stellari, assemblaggio di luoghi comuni, vecchi cliche che niente e nessuno poteva salvare.

Ma allora il 3D è da buttare? Assolutamente no. Bisogna aspettare se riuscirà ad avere la forza di cambiare il linguaggio e di conseguenza la narrazione del cinema. Per ora, dopo Avatar, questo salto non c’è stato. Abbiamo avuto una serie di film d’azione che inserivano la stereoscopia per portare più gente al botteghino. Qualche speranza c’era con Tim Burton e la sua versione di Alice nel Paese delle Meraviglie, a mio avviso speranza profondamente delusa, visto che il 3D è stato aggiunto a posteriori. Credo molto di più nella forza della rete, come già detto in precedenza in un altro articolo. Naturalmente non è minimante un giudizio su Cameron, regista che amo molto e che spesso non viene compreso in tutta la sua profondità. Ad esempio Titanic, che non è la banale storia d’amore fra Jack e Rose, ma il racconto di un mondo che nasce ed uno che muore, il racconto della divisione fra classi, una versione di Moby Dick, il sogno infranto della tecnologia umana contro la natura e molti altri piani di lettura. Non ci resta quindi che aspettare e continuare a vedere. Magari qualcuno, in chissà quale parte del mondo, sta pensando proprio a questo, ad un grande racconto in 3D.