Google vs Facebook: lo scontro si sposta al cinema

The social NetworkDomani uscirà negli USA The Social Network film di David Fincher, o meglio sull’affaire Facebook, cioè le accuse che furono rivolte a Mark Zuckenberg, fondatore del social network più popolato del mondo di aver rubato l’idea stessa che gli ha fruttato milioni di dollari. Ora Google non vuole stare a guardare e pare che sia in preparazione un film su Big G, finanziato dagli stessi Brin e Page che hanno realizzato il motore di ricerca più famoso del mondo. C’era da aspettarselo. Lo scontro tecnologico ed economico si sposta al cinema. Avevo già scritto nel post su Away from the Keyboard, il film in preparazione su The Pirate Bay, che la rete aveva bisogno di creare le proprie mitologie e il mezzo più importante e popular rimane anche per loro il cinema. Youtube, viral e guerrilla marketing sono elementi di contorno, ma la guerra si sposta sul grande schermo. Una guerra che segue sempre con attenzione su Techmex.

 

Andiamo con ordine, perchè già la notizia che David Fincher torni con un nuovo film non passa inosservato. Il regista di Seven e Fight Club è uno che non sembra riesce a fare buon film ma ha quasi sempre il coraggio di rischiare, come già fece con Zodiac e con Lo Strano Caso di Benjamin Button. Già il trailer, quello ufficiale, incuriosisce molto, con le immagini di Facebook accompagnate da una versione corale di Creep dei Radiohead, proseguendo con delle scene di un classico thriller, non per niente lo sceneggiatore è quello di Codice d’Onore. I fondatori di Facebook pare non abbiano apprezzato il film e ci mancherebbe, visto che getta più di qualche ombra su Zuckerberg e soci, ma sicuramente sarà un successo di botteghino visti i 500 milioni di profili presenti su FB. “Parletene bene, parletene male, basta che ne parliate” diceva Oscar Wilded anche così sembrano pensarla quelli di Google che hanno già commissionato il film sulla storia, di cui si sa solamente il titolo per ora: Googled: The End of the World as we know it , titolo parafrasato dalla famosa dei REM e soprattutto del libro di Ken Auletta, editorialista del New Yorker. Certo non è la stessa cosa. Un conto è fare un film che indaghi e racconti il fenomeno, altro è commissionare una storia sullo stile dell’apologia. Certo non credo ci ritroveremo a commentare un documentario stile Troy McLure, il famoso divulgatore dei Simpson, ma non credo che riusciremo ad avere un immagine disincatata su Google.

 

Ma perchè? Perchè due fra le media company più grandi del mondo hanno bisogno del cinema? Semplicemente perche tutti conoscono i loro nomi e forse chi sono, ma non sanno cosa sono. Google: ricerca e posta elettronica. Facebook: social network. C’è bisogno di qualcosa in più per potersi presentare al mondo. Entrambi i progetti presenteranno due narrazioni classiche. Mark Zuckerberg sarà un principe nero, con i suoi lati positivi e negativi, l’eroe che mescola ombre e luci, che però alla fine trova la strada maestra. Google è il piccolo gruppo che tenta di portare la luce nel mondo delle tenebre, stile Signore degli Anelli. C’è in entrambi il dediderio di utilizzare la funzione bardica, la capacità di essere raccontati al mondo, al popolo, a noi, un pò come fu fatto con i miti della creazione del mondo. Ecco perchè il cinema, che ancora oggi ha la forza di portare la narrazione nel mondo. Eppure potrebbero usare tutte le loro capacità per fare enorme campagne virali. Lo faranno, ma entrambi sanno che devono andare oltre i loro bacini di utenza. Devono riuscire ad accreditarsi nel resto del mondo che non usa le tecnologia digitali, che ha paura dell’innovazione. Perchè dove non arriva ci sarà ancora un cinema, oppure un lettore DVD o una televisione. Certamente da qui vengono fuori anche i dubbi. A cosa ci prepariamo per il futuro? Stiamo parlando di storie oppure c’è un disegno diverso, magari oscuro che punta a qualcosa di diverso? Io, accanito amante delle dimensioni deviate della lettaratura e del cinema di genere, potrei forse elencarvi eventuali trame oscure e so che anche voi potreste farlo. La realtà è però altra cosa ed è bene che sia cosi, anche se sappiamo come a volte le storie siano capaci di anticipare il corso degli eventi. Ma la nota importante è che possiamo ancora affermare che nonostante tutto, nonostante le possibilità che oggi i mezzi digitali ci offrono dobbiamo continuare a far lavorare la nostra testa. Mi stupisco ogno volta che sento questi guru del digitale che hanno creato piattaforme incredibili, ma senza di noi le piattaforme restano vuote. Così la rete senza le storie.

“Se non sogni il tempo non passa”

InceptionNo, il titolo non è mio, magari lo fosse. E’ una citazione che ho preso in prestito da quel grande scrittore turco che è Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, precisamente dal suo romanzo Il Mio Nome è Rosso. Francamente è da sabato che voglio scrivere di Inception, ma non sapevo come iniziare, però la pazienza viene sempre premiata, almeno nel mio caso, con un meccanismo stile satori giapponese, improvviso mentre me ne stavo in coda nel traffico. Comunque ho questo voglia di parlare del film di Chris Nolan, schizzato al primo posto del botteghino, perchè sono convinto che sia un film incredibilmente importante, come lo è stato Matrix nel 1999, è che segni un passaggio innovativo nella narrazione audiovisiva. Che forse comprenderemo solo fra qualche tempo.

Su facebook dopo averlo visto ho scritto: Ho visto l’innovazione era era in 2D. Non me ne vogliamo i sostenitori della visione stereoscopica ma dopo Avatar non saranno Prince of Persia o Scontro fra Titani, nè la debole versione dell’Alice di Tim Burton a convincermi che sia questa la strada dell’innovazione.

Dunque stavolta non ci troviamo di fronte alla matrice cattiva guidati dagli eroi Neo e Morpheus che ci mostrani come smontare le illusioni delle macchine. No, qui siamo nella mente umana, siamo nel mondo dei nostri sogni. Un cambio di territorio che impressiona, soprattutto per il numero di dimensioni narrative che si sovrappongono, ne ho contato 6, ma potrebbero essere anche di più. Chris Nolan ci coinvolge in una matrioska narrativa, un sistema di scatole cinesi, che ogni volta esplode e si ricompone in altra forma, come un paradosso, come fossimo in un’immagine di Escher che si avvita e gira su se stessa. Chris Nolan non è uno che viene dal nulla, questo quarantenne londinese realizza Memento nel 2000, che fa incetta di premi e pubblico, dove già si incominciano a vedere i primi segni di interessi per un certo simbolismo e per la mente umana. Ma Nolan è il regista dei due migliori episodi di Batman, compreso Il Cavaliere Oscuro, che restituisce la splendida complessità dell’uomo pipistrello nella versione di Frank Miller, riuscendo a farlo uscire da qualche brutto sequel e dalla versione kitsch e camp della serie televisiva. Un film il cui protagonista è il suo cattivo, il suo villain, dalla mente paranoica e psicotica, ma creativa ed anticonvenzionale, interpreato magistralmente da Heath Ledger, che gli valse un oscar, purtroppo postumo.

Di attori se ne intende Nolan, perchè li usa in maniera egregia, Inception ha un cast perfetto in ogni componente, facendoli diventare estensioni del suo meccanismo narrativo. Non è solamente il territorio che ci coinvolge, ma il sistema narrativo che abbatte tutte le dimensioni di spazio e tempo, scegliendo, andando così contro-corrente, la profondità invece dello spazio, dove ad ogni dimensione corrisponde un tempo proprio, diverso, dove le leggi della fisica scompaiono. Ma vengono distrutte anche quelle della fisica geografica, quando guardiamo un quartiere di Parigi ripiegarsi su stesso. Dimensione del sogno, dittatura del subconscio, che diventa ossessione e droga in confronto alla realtà banale, dove i ricordi, le emozioni, gli incubi, nel senso della mitologia greco-romana, si mescolano senza soluzione di continuità. D’altronde non è stato Joyce a dimostrarci cos’è il flusso di coscienza? E ancora, esiste una logica ed una fisica nei sogni? Nolan usa un montaggio non lineare in alcuni casi, ma riesce sempre a mantenere il filo degli eventi, trasportandoci in un labirinto di cui scorgiamo dell’uscite che cambiano e si trasformano.

Poi c’è la trottola. Il totem, l’ancora, il contatto con la realtà. L’oggetto col suo peso. Il peso che riporta alla fisica, alla dimesione del corpo che c’è e che cade per terra, mostrandoti che si è ancora tornati a casa. Ma si è davvero a casa? O siamo persi nel limbo, con la coscienza affidata al vorticoso girare di questa spirale. Un film che chiede in ogni istante la collaborazione dello spettatore, come un’Opera aperta per dirla alla Umberto Eco, o ripensando ai pensieri delle narrazioni nuvolose di George Dumezil. Un cinema che ricorda in questo quello di Aronofsky, di Egoyan e di Inarritu, un racconto dove lo spettatore deve partecipare, stare al gioco e lanciare la trottola. E’ difficile parlare di Inception senza poterne raccontare le storie che innesca. Posso solo consigliarvelo, se non lo avete ancora fatto e chiedervi se per voi la trottola cadrà o continuerà a girare.

 

 

L’ultima pizza di Pasolini

Pasolini
Quando vivi in una città che ha un lungo passato, ti capita di ritrovarti in qualche posto che una storia te la vuole raccontare, anzi che ogni cosa che incontri diventa lo spunto per un ricordo, un episodio o una suggestione. Così un venerdì sera te ne vai in una pizzeria a festeggiare un amico e ti trovi in un posto che ha parecchio da dire. Innanzi tutto perchè accanto a te ci scorre il Tevere e questa città non esisterebbe senza il suo fiume, poi perchè qui Luchino Visconti ha girato alcune sequenze di Bellissima con Anna Magnani, che di Roma rimane un simbolo dentro la pelle, con l’inconfondibile capacità di essere forte come il sole e misteriosa come la notte. Poi arriva il pezzo forte, perchè qui Pier Paolo Pasolini ha mangiato la sera prima della sua morte.

Anzi del suo omicidio precisamente. Perchè Pasolini è stato massacrato fino a morire. Una delle menti più geniali e fervide del novecento, poeta, che come lui ne nascono 3 o 4 per secolo, come disse Moravia nella sua orazione funebre, romanziere e regista. Intellettuale che ha riempito di senso questo termine, mai più degno di essere usato nel nostro paese dopo di lui. Ma Pasolini è una personalità talmente complessa, così difficile da scindere nelle sue attività, come il suo marxismo scientifico inseparabile da quella religio naturale di influenza contadina; oppure il suo essere cantore del sottoproletariato dalla capacità di reinventare qualsiasi linguaggio abbia esplorato.

Ma torniamo agli eventi. La sera prima di morire mangiò con Pino Pelosi, quello che secondo le cronache giudiziare fu il suo assassino. Mangiarono una pizza e parlarono di un’altra pizza. I dati a posteriori, le controinchieste ed i racconti hanno gettato una nuova luce su tutta la vicenda. Pasolini non cercò un incontro sessuale con Pelosi, ma il ragazzo, proveniente dalla borgate fuori Roma era solamente un messaggero. Alcune settimane prima infatti c’era stato un furto che aveva sconvolto Pasolini, gli erano state sottratte le pizze originali del suo ultimo film, Salò o Le 120 giornate di Sodoma, forse il suo film più estremo dove viene messo in scena il potere nudo nella sua ferocia, nella sua essenza più opprimente. Fu proposto un riscatto e Pelosi fu il tramite che doveva portare la sera dopo Pasolini al luogo stabilito.

Ma c’è un altro elemento nella ricostruzione del delitto Pasolini su cui solo recentemente si è ragionato, grazie ad un libro-inchiesta di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, dal titolo Profondo Nero. In quel periodo infatto l’intellettuale stava ultimando le bozze di Petrolio, il suo romanzo uscito postumo ed incompleto solamente nel 1992, composto anche di una marea di appunti che dovevano farne il suo capolavoro, come lui stesso lo definiva nei suoi diari. Seguendo lo schema della Divina Commedia e dell’Ulisse di Joyce, Pasolini stava scrivendo una storia scomoda di questo paese, la storia dell’Eni. L’inchiesta giornalistica trova un fil rouge, anzi un fil noir, che comincia con l’omicidio di Enrico Mattei, prosegue con il delitto De Mauro e finisce con la morte di Pasolini. Mauro De Mauro, giornalista impegnato contro la mafia fu contattato da Francesco Rosi per fare un’inchiesta sulla morte di Mattei e realizzare con il regista la sceneggiatura de Il caso Mattei. La sua morte, imputata come delitto di mafia, concide con il furto delle carte dell’inchiesta e della sceneggiatura. In seguito Rosi girerà il film con una sceneggiatura diversa. Tutto nero come il petrolio.

Chi ha veramente ucciso Pasolini? Chi sono i mandanti? Siamo sempre rimasti nel campo delle ipotesi, quello che sappiamo è che la morte del poeta potrebbe avere un lunga lista di persone che hanno tolto di mezzo uno spirito libero. Personalmente sono animato sempre da un sentimento di odio, rabbia e rassegnazione quando ci penso, come credo dovrebbe esserlo tutti gli italiani. Vedersi portare un uomo che aveva una tale lucidità di pensiero unita alla passione della poesia è uno scandalo, uno scempio che nessun paese può permettersi. Perchè abbiamo perso molto e sarebbe importante poter confrontarsi con i suoi ragionamenti sul nostro paese oggi, oppure sul cinema e sui cambiamenti che attraversano il mondo. Ci ha regalato invezioni straordinarie, come aver usato Totò nelle vesti di attore drammatico, o aver realizzato forse la più bella interpretazione cinematografica del Vangelo, che sicuramente Mel Gibson non ha visto e gli avrebbe fatto bene! Il suo Io so è ancora oggi fonte di ispirazione per chiunque non voglia soccombere all’apparenza del mondo per come è rappresentato, per chi ha ancora il coraggio di voler affrontare la sua molteplicità e complessità. Nonostante non fosse romano, egli ha raccontato questa città nei suoi peccati, unendo il lirismo ad una partecipazione accorata, disarmante nella sua bellezza. Il 2 Novembre saranno 35 anni dalla sua scomparsa, dal suo omicidio. Posso solo dire che ci manca.

Product placement e innovazione: il caso e-(motional)

e-(motional) Moviecampers

Avete presente il trailer interattivo di Avatar o quello – realizzato anch’esso dalla Coincident.tv – di Glee?

Bene, adesso immaginate che il trailer serva non solo a dare “profondità” di informazioni ma a generare un nuovo modo di intendere il product placement, che “porti fuori” dallo schermo oggetti, personaggi e luoghi di un film, che ci consenta di salvare in una lista personale una birra, un libro, una maglietta visti sullo schermo, magari per poi procedere all’acquisto.

Cos’è? Una nuova forma di entertainment? Una sorta di e-commerce? Un modo innovativo di intendere i video?

In realtà tutto questo messo insieme.

Ed è già stato realizzato.

Chi si trovava a Venezia per la 67. Mostra del Cinema, dopo la conferenza stampa di presentazione poteva vedere allo Style Star Lounge l’anteprima dell'(e)-motional trailer di Maschi contro Femmine, la nuova pellicola di Fausto Brizzi in uscita il 27 ottobre prossimo.

L’idea è quella di unire i concetti di emozione e movimento in un unico prodotto, in un trailer che trasmetta non solo il mood del film o che comunichi informazioni sulla trama, bensì che sia in grado di creare engagement con gli utenti spingendoli ad un maggiore approfondimento delle informazioni – a volte latenti – contenute nel film.

I vantaggi, comunque, sono duplici e si collocano anche dal lato dell’inserzionista: è, infatti, consentito acquistare uno spazio promozionale dopo l’uscita del trailer.

Dopo gli ultimi risvolti italiani in fatto di normativa sul product placement, (e)-motional costituisce un ulteriore evoluzione del concetto di posizionamento dei prodotti negli audiovisivi. 

In un contesto come quello italiano – che anche noi Moviecampers con il vostro aiuto stiamo cercando di esplorare – l’innovazione passa anche dagli aspetti promozionali.

Abbiamo voluto approfondire l’argomento con Andrey Golub, partner e CTO presso Moda e Tecnologia e Style Star.

E.: Andrey, e-(motional) batte sul tempo Google e si afferma come primo banner interattivo di nuova generazione. Com’è nata l’idea del progetto?
A.: Diciamo che il nostro progetto ha due anime, una è quella dell’esperienza di Marina Garzoni – mio partner e CEO di Moda e Tecnologia – di tanti anni di consulenza per i top brand di moda, sempre in ricerca delle idee per una comunicazione del brand “diversa” da quella che possiamo identificare come “pubblicità” o “comunicazione broadcast”; dall’altro lato c’è la mia esperienza di anni nel mondo delle start-up, anche qui in due ruoli, come CTO/ R&D (un “tecnologo”) e come Social Media Strategist/Evangelist.
E.: E-(motional), progetto sviluppato in collaborazione con ArmosiA, nasce da un’idea di Moda e Tecnologia: cosa puoi dirci di questa azienda e della sua presenza nei più importanti festival di cinema?
A.: ArmosiA è il nostro partner nella linea di business product placement per il settore cinema. 
Per quanto riguarda Moda e Tecnologia SRL, la società di consulenza strategica ed innovazione tecnologica, essa è basata su anni di esperienza di entrambi, ed anche sulla reputazione dell’associazione non-profit Moda e Tecnologia, che esiste dal 2004 e che si occupa di ricerche di mercato, organizzazione eventi, promozione delle tecnologie social per le aziende del settore di Fashion e Luxury.
Invece la SRL Moda e Tecnologia ha sviluppato un progetto concreto, ed è ormai pronta ad implementare e realizzare tale progetto. Il prossimo step è certamente la “conquista del mondo” con il prodotto innovativo ed il concept del “video interattivo”.
Devo ammettere che il settore cinema ed il product placement, l’abbiamo scoperto già strada facendo. Il nostro punto di partenza per le ricerche e gli sviluppi, sono stati i famosi “corti di moda” di Marina, parte del progetto Style Star che lei porta avanti da ben 3 anni, ed il settore Fashion/Luxury. Ma dopo Venezia ci siamo resi conto che il “video 2.0” è il futuro di tutto il cinema online!
E.: Da pochi mesi in Italia è consentito il product placement in programmi TV. Credi che questa nuova forma di banner interattivo sia davvero il futuro? In che altri campi dell’entertainment potrebbe essere adottata?
A.: Innanzitutto non lo chiamerei “banner interattivo”, perché dire “banner” presuppone che parliamo solo della pubblicità online. La nostra invenzione di base era quella di far diventare il video, di qualsiasi tipo e genere, un’applicazione interattiva adatta al Web, integrabile con le logiche del web 2.0 e di e-commerce. Partendo da qui, abbiamo poi “altri campi” di applicazione: dal product placement nei trailer – come lo stiamo realizzando con ArmosiA – fino alla TV 2.0, immagino già un nuovo remote control televisivo dove c’è un bottone fisso “Product Info” che consente la navigazione sugli oggetti interattivi disponibili in un frame del video.
Mmm, non voglio raccontarvi troppo, tra poco vedrete tutto in azione! Vi stiamo preparando una sorpresa 2.0 ;)
Per quanto riguarda il product placement, pensiamo ad immagini un film, trailer, corto etc, che contengano al proprio interno all’interno TUTTE le meta-informazioni! Così, interagendo con gli oggetti del film, è possibile scoprire chi, dove, quando e perché ha girato quella determinata pellicola, chi sono gli attori, cosa indossano (la parte advertising), fino ai luoghi e la loro storia, altri film/ foto collegati etc.
E la cosa più importante è che questo il video è 100% “autonomo”: tutte le informazioni che lo accompagnano lo “seguono” ovunque esso venga inserito.
Vi lascio sognare il futuro del video 2.0! 😉
E.: Il trailer visto a Venezia è solo un anticipo della presentazione che ci sarà al Festival di Roma: a quando dunque l’appuntamento?
A.: Si, è vero, il trailer di Maschi contro Femmine che abbiamo presentato a Venezia con ArmosiA era una dimostrazione di cosa si potrebbe fare già da subito con un prodotto di questo tipo.
Ora, dopo Venezia, credo che quello che la gente si aspetti, sia un mix tra video, interazione social, giochi social, social shopping e non solo! A breve saremo in grado di poter soddisfare tali aspettative.
E.: Andrey, qual è la domanda che ti ha stupito più delle altre tra quelle che ti sono state poste dai potenziali clienti?
A.: “Andrey, ma come mai non hai ancora venduto questa cosa a Google, che sembra andare nella direzione sbagliata con la sua Google TV”. Pazzesco!

Grazie Andrey.

Il futuro sembra essere sempre più vicino e connesso a quell’idea – ormai diffusa – di interazione e culture partecipative.
Come spiega Francesco Romeres, C.O.O. di ArmosiA “Con e-(motional) si apre uno scenario nuovo nel rapporto tra gli utenti ed i fan, ma anche modelli di business mai esplorati prima”. 

E voi cosa ne pensate?

Il cubo di Rubik e il cinema italiano

Io ho un difetto congenito nel mio DNA: le cose devo capire come funzionano. Per forza, è qualcosa di viscerale di me. Ricordo quando esplose la mania del cubo di Rubik in Italia, mi sembra fosse il 1981 o giù di li, tutti impazzivano per riuscire a risolvere quel rompicapo. Tutti ne avevano uno e ne parlavano continuamente, persino la televisione dedicava servizi del tg all’oggetto misterioso ed anche agli epigoni che lo seguirono. Poi si incominciava a vociferare che c’era gente che lo aveva risolto, portando con sè l’ambito trofeo dalla facce monocolore. Ma in un attimo il trucco era svelato, visto che chiaramente gli adesivi staccati e poi reincollati non combaciavano perfettamente. Non mi interessava, io volevo capire, ma non per risolverlo e vantarmi di fronte ai miei compagni delle elementari, era il desiderio di svelare un meccanismo.

RubikSu quello vi assicuro che non sono cambiato affatto e come allora cerco sempre di smontare i meccanismi, di andare dentro e capire come funzionano le cose. Cambia sempre l’oggetto dell’indagine, anche se gli strumenti sono sempre gli stessi: cervello e cuore, altrimenti si rischia di non essere obiettivi in maniera partecipata. Stavolta tocca al cinema, anzi precisamente al cinema italiano. Non è facile, lo so e lo dichiaro subito. Non è facile capire perchè ad un certo, grosso modo dagli anni ’80 il nostro cinema ha cessato prima di essere un sistema indutriale e poi anche un sistema di linguaggi compiuto. Abbiamo vissuto di fenomeni, di filoni e mai di generi come prima, lentamente la produzione è andata calando e gli spettatori, compreso me, facevano un’altalena, attratti da storie diverse che cominciavano a venire da ogni parte del mondo.

I primi di Novembre, in occasione del Festival del Cinema di Roma, Moviecamp ci sarà e ci sarò anch’io, stavolta per parlare di che cosa abbiamo visto del cinema italiano in sala ed a casa negli ultimi 5 anni. L’idea è quella di verificare quali siano le strategie narrative che il nostro cinema mette in atto e di verificare se e come vengono apprezzate. In poche parole i film italiani ci raccontano? E se ci raccontano, ci piace il modo in cui lo fanno? Ho guardato alcuni dati sui film italiani distribuiti nel 2009, ebbene almeno la metà io non li conoscevo. Non li ho avevo mai sentiti nominare. Allora o io sono male informato oppure c’è qualcosa che non funziona anche nel marketing e nella promozione? Lo verificherò, ma sta di fatto che sono i film che devono venirmi a prendere e portare al cinema e non viceversa. Poi ci sono quelli che se la prendono con i cinepanettoni, cinecocomeri e roba del genere. Ma ha senso? Se io compro una macchina giapponese e non una italiana, non credo che Sergio Marchionne verrà da me a rimproverami, altrimenti lo giudicherei uno squilibrato mentale. E se invece quei film raccontassero comunque un pezzo di Italia? Magari e a me e altri non piacciono quei film e quell’Italia, però non è colpa loro se poi io non vado a vedere altri film italiani. Faccio un altro esempio. Fra il 2008 ed il 2009 l’Italia su attraversata da fenomeno forte e spettacolare, quello dell’occupazione dei tetti. Ricercatori, operai, studenti, professionisti chiedevano visibilità per le loro rivendicazioni. Avete visto un film su questo tema? Io no e mi interesserebbe molto farlo. Alla fine mi sono messo a scriverla io una storia su questo argomento, visto che all’orizzonte non vedo segnali. Allora, forse, c’è anche un problema nel cosa e nel come si racconta questo paese.

Alcuni anni fa ho avuto un’eperienza di insegnamento alle scuole medie, dove conducevo dei laboratori di cinema con lo scopo di realizzare un cortometraggio finale. Al di là dell’immenso valore di scambio che ho avuto con quei ragazzi, c’era una cosa che facevo sempre quando arrivavo, gli chiedevo che film avevano visto e perchè. Ecco io per questo lavoro che sto facendo ho bisogno voi. Questo perchè moviecamp non è nostro uso e consumo, ma è una piattaforma aperta. Sarei felice di sapere quali sono i film italiani negli ultimi 5 anni, ma anche prima che vi sono piaciuti, ma anche no, che vi hanno emozionato, o perchè magari guardate o non guardate il cinema italiano. Vi basta un minuto, non chiedo di più, giusto una email a questo indirizzo dentroloschermo@gmail.com oppure contattarmi nel mio profilo facebook, basta cercarmi con il mio nome, o ancora più semplicemente lasciate pure un commento in fondo  questo post. La mia è una proposta per diventare soci alla pari, per vedere se riusciamo insieme a disegnare un percorso per capire come funziona il cinema italiano di oggi. Non mi resta che ringraziarvi in anticipo.

Dimenticavo. Il cubo di Rubik non l’ho mai risolto, speriamo che stavolta vada meglio.

 

Tarantino & Co.ppola

Non so con chi prendermela, quindi me la prendo con tutti.

1) La sala

Faceva schifo. Immagine deformata, come vedere il film dallo specchietto retrovisore di una macchina.
Cinema Iris, Sala 1 – Messina
Penso, dopo aver visto il film, che sia stata una meditata punizione, una specie di “recensione” latente dell’esercente:
il film non vale niente e lo metto nella sala peggiore!

2) Il Festival di Venezia

 

Che vergogna, farsi trattare in questo modo da un gruppetto di americani in vacanza in un paese esotico, l’Italia.
Che servilismo da terzo mondo, colonia di un impero di giovanotti “intelligenti”, il Cinema.
Non hanno scuse, Tarantino & Co. 
La iena ha regalato il premio più importante della Mostra ad una presuntuosa che guarda al cinema europeo 
con la depressione tipica di un’adolescente viziata.
(Tarantino è un genio, sarà che davanti alla F/emmina non capisce più niente?)

Secondo me il tutto è nato così: in un party pieno di minchioni, tra una cosa ed un’altra, alcuni tipi si sono detti

– Facciamo un film vintage, con quattro soldi, senza avere niente da dire, tipo nouvelle vague, prendiamo per il culo più o meno tutto ciò che fa Italia e poi, con l’aiuto della CIA, infiltriamo Quentin al Festival di Venezia e ce la ridiamo mentre in stile Marcellus Wallace elargisce la cura medievale a tutti gli altri giurati e ci fa vincere il primo premio –

Quindi, Tarantino è un infiltrato segretamente innamorato, mentre chi veramente non ha diritto di essere perdonato è tutto il resto dell’entourage del festival. I vari giurati, (nessuna voce fuori dal coro?), l’organizzazione tutta, la città, i gondolieri, i parrucchieri, 
la Regione, la Nazione.
Senza dignità, in cerca di quale ricompensa?

3) Il “film”

Dai, non ci sono veramente parole per esprimere la pochezza di una cosa del genere. Rasenta la demenzialità, sembra un film di un autore giunto a 95 anni con l’alzheimer. Ok, di un autore europeo, ma non basta. Sempre con l’alzheimer è! 
Neppure il fatto che sembri un americano intriso di cultura europea ( con l’alzheimer ) aiuta tanto..

LA STORIA

Un attore fighetto, pieno di soldi, giovane, bello e quasi muto,
non fa un cazzo tutto il tempo. Capita! 
Ogni tanto lavora,
nel senso che promuove il suo ultimo film.
Va ad una conferenza stampa rispondendo ad una domanda su 6,
ma dicendo una cazzata su 1.
Gli fanno la lap dance in camera da letto. 
Organizzano feste
nel suo appartamento a nolo.
Lui si addormenta tra le gambe di una che non conosce.

Intanto io sono tutto eccitato da questa vita da maledetto: che invidia e che paura allo stesso tempo!
Tutti quei silenzi mi inquietano, mi fanno riflettere, mi mettono a disagio. Che è? Forse che anch’io so’ come lui?!? 0_0
Anch’io vivo in modo superficiale, confuso, senza provare più emozioni?
Ah no! Sto solo dormendo, il mio amico Giuseppe mi da un colpetto e mi sveglio.

Il nostro eroe è costretto a stare per alcuni giorni con
la figlioletta,
la madre della quale, anche lei depressa,
ha bisogno di tempo e scompare dalla circolazione.

(che emozione, che personaggi, che introspezione, quante cose sulle persono sto imparando!)

Se la porta in Italia, a Milano, per la promozione del suo lavoro.

(Finalmente il film ci regala qualcosa di bello: l’albergo di Milano)

Presa per il culo della tv italiana e via. I nostri eroi
ritornano negli States.
L’attore e la bambina passano alcuni giorni insieme.
Girano in Ferrari nera (migliore attrice non protagonista?!?),
la qaule, per non farci mancare niente, si rompe pure per strada.

(l’Italia manco le macchine po’ fa’!)

Poi, la bambina piange. Il papà attutisce ed incassa.
Passano alcuni minuti di silenzio,
birre Corona e la sigaretta sempre accesa

(miglior attrice protagonista senza dubbio!).

Crisi: telefonata alla madre della bambina (ex moglie),
il papà piange:
- Non sono una persona.. vieni da me?
- Non posso
- Grazie! (piangendo)
- Passerà!
Il film (?) cresce, il tizio molla l’appartamento/albergo,
si fa impacchettare i bagagli e parte con
la sua Ferrari nera. Arrivato in qualche deserto americano, accosta.
Abbandona la macchina (fighetto!) e inizia la sua nuova vita mollando
la Ferrari per strada ed iniziando un nuovo cammino interiore
dentro le sue americanissime Timberland.
FINE

FANC—!

PS: se proprio devi mollare una Ferrari per strada, perché non la regali a quel morto di fame
del chitarrista che hai fatto esibire in quella specie di hotel mentre tua figlia (cafona!) stava seduta
con le scarpe sul divano?

 

Piergiorgio Scuteri

Tango e Risiko

Un paio di anni fa, durante una notte d’estate, mi trovavo sulle sponde del tevere per una passeggiata. E’ un ricordo che mi è venuto in mente dopo l’incontro con un grande amico di Moviecamp, Giacomo DI Stefano, il nostro Man On The River. Ero con un’amica e si chiacchierava, quando nelle orecchie sentimmo la musica di una piccola fisarmonica risuonare lungo i muraglioni di fronte al fiume. C’erano alcuni capannelli di gente, ma alla fine facendoci strada arrivammo di fronte ad una piccola pista da ballo dove alcune coppie stavano ballando il tango. Gli uomini erano degli insegnanti ed in volto avevano i segni di una vita passata fra scarpe di pelle lucida e brillantina per capelli. Erano lì che aspettavano sulla pista le donne. Alcune di loro vinto la loro timidezza e si sono lasciate catturare nel vortice del ballo, anzi del tango. Perché questo non è un ballo come gli altri, proprio no.

risiko
Prima cosa perché è il simbolo di un paese come l’Argentina, che sta in Sud America per caso, visto il loro senso di europeismo e di superiorità nei confronti dei loro vicini; secondo perché il tango non è solo un ballo che esprime passione, ma è il trionfo della coppia come forma.

Di film sul tango ce ne sono eccome, Subito mi viene in mente la scena di Moulin Rouge, di Baz Luhrmanh, ambientato sulle note splendide di Roxanne dei Police, riarrangiata e stravolta, dove Ewan Mcgregor urla il suo strazio per la gelosia. Luhrmann tra l’altro non è nuovo al ballo, anche in Ballroom, il suo esordio, aveva centrato il racconto sulla danza con buoni risultati. E non scordo neanche l’Al Pacino cieco che balla in A scent of a woman, muovendosi con delicatezza estrema e dimostrando l’antico concetto che le donne vadano comprese, soprese e prese, tutto questo in un solo ballo. Splendide anche le scene di ballo in Assassination Tango di e con Robert Duvall, killer incaricato di uccidere un generale argentino, che rimane coinvolto da una coppia di ballerini in una strano menage.

Poi c’è il capolavoro, quello che il tango lo mette in scena come metafora della vita, come Tangos – L’esilio di Gardel, girato dal maestro argentino Solanas, che traccia la vicenda di Carlos Gardel , forse il più celebre compositore di musica da tango. All’epoca della passeggiata la mia amica era fidanzata con un ragazzo che viveva a Buenos Aires per finire la sua tesi di laurea sul tango. La prima volta che arrivò in Argentina lui si mise a chiacchierare di tango con il tassista tessendo le lodi di Astor Piazzolla, altro enorme musicista argentino che compose le musiche de Ultimo tango a Parigi di Bertolucci. Il tassista frenò di colpo e si rivoltò verso di lui e gli disse:”Hombre, Piazzaolla es Tingo, Tongo, Tungo, ma no es Tango. Gardel es Tango”. Credo sia chiara l’importanza di questo genio musicale. Ebbene Tangos narrà la storia di questo gruppo di esuli argentini che metti in scena, nella Parigi degli anni ’70 una “tanguedia”- tango + tragedia – un triste carnevale che riesce  a rendere l’assenza, la perdita, la nostalgia del ritorno. In modi critici e dialettici s’interroga sui diritti dell’uomo, i problemi e le contraddizioni dell’integrazione culturale, sui rapporti tra gli argentini e Parigi, capitale della cultura e di tutti gli esuli.

Poi c’è il trionfo della forma è quello è Tango dello spagnolo Carlos Saura. Vero che è un film non omogeneo, quasi senza struttura, non del tutto riuscito, però che meravigliosa alchimia quei corpi che si seguono nello spazio, quasi fantasmi troppo veri per essere ammirati, che segnano lo schermo in maniera così intensa fra toni di colore vividi ed eleganti: verde smeraldo, rosso rubino ed azzurro zaffiro. Se ci ripenso non ricordo bene la vicenda ricordo solo il piacere degli occhi nel godere di quelle figure così surreali da essere uscite dalla penna di un Bataille quando scriveva:” Spesso, in me, la soddisfazione di un desiderio si oppone all’interesse. Ma le cedo, perché essa è bruscamente diventata il mio fine ultimo!

Infine c’è l’Argentina, che è fatta anche di terrore e misteri. E di Risiko. C’è uno splendido film, argentino, che ha usato la metafora del Risiko per raccontare la storia di una famiglia durante la dittatura. Il film si chiama Kamchatcka, proprio come uno dei territori che si trova sulla mappa del Risiko. Tutto si gioca su questo luogo, che Darin, il figlio pre-adolescente della coppia, capirà alla fine essere l’eredità più grande dei suoi genitori, prima che spariscano e finiscano ignoti nella lista dei decaparecidos: un luogo in cui resistere. Forse per Gardel e per i suoi amici e compagni esuli anche il tango è stato un luogo in cui resistere. Un posto dove rimanere ancorati a ciò che erano, alla loro identità, per rimanere fedeli a se stessi e al loro essere argentini. Forse è destino di ogni uomo e donna avere un proprio posto dove potersi rifugiare nei tempi duri e continuare a giocare e ballare senza mai arrendersi. Abbiamo anche noi la nostra Kamchatka. Oggi come allora.

Pelle e pellicola

I film si rubano. Non fraintendetemi, non parla di pirateria e roba simile, ma di come si rubano gli spazi ed i momenti, soprattutto in quei non-luoghi, per dirla alla Marc Augé dove il tempo è fermo, come non scorresse più come nel mondo fuori. Aereoporti, shopping center ed ospedali. Allora mentre aspetti ti capita di stare sulla porta di qualcuno che lì ci deve stare parecchio e si è portato un’attrezzatura niente male. Capita che ti inviti ad entrare, perchè ti ha visto sulla porta, per condividere una buona parte di Eastern Promises – La promessa dell’assassino di David Cronenberg.

man raySembra un segno visto che con i film di Cronenberg è propriamente una questione di pelle, carne, cicatrici esibite, di quell’universo incredibile che ogni corpo umano rappresenta. In una recente intervista il regista canadese riaffermava la bellezza degli scenari che il corpo umano è capace di proporre.

Io sono diventato un grande fan di Cronenberg in un giorno di inverno quando mi trovai di fronte a quell’oggetto assurdo proveniente dal 1983 che è Videodrome, racconto ibrido, che anticipa di oltre 10 anni delle linee di narrazione e pensiero, come le performance di un grande personaggio come il performer Stelarc, e come il grande fenomeno di massa della mappatura del corpo tramite tatuaggi, branding, scaring e piercing.

Mi viene in mente una scena divertente, credo sia in un episodio di un’Arma Letale, non chiedetemi il numero, in cui Mel Gibson, prima della roboante conversione, fa una gara a mostrare cicatrici con una collega e poi entrambi finiscono per fare sesso. Certo siamo lontani dalla meravigliosa scena di Crash in cui Rosanna Arquette quasi fonde una Mercedes scintillante e le sue protesi che sostengono la gamba, oppure nella scena della bio-porta di Existenz fra Jude Law e Jennifer Jason Leigh, attrice della quale io sento la mancanza sullo schermo. Comunque sempre Cronenberg, come su Dead Ringers-Inseparabili, film che meriterebbe un dizionario per la sua ossessione del corpo.

Poi c’è l’altra pelle, come quella di Pelle di Serpente e de Il Selvaggio, giubbotto di pelle nera con la scritta Black Motor Rebel da vero biker e l’esplosione della ribellione estetica nell’America conformista degli anni ’50. Altra giacca di pelle di serpente quella di Nicholas Cage in Cuore Selvaggio, epopea della follia di David Lynch, dove la giacca che indossava nel film era veramente di Nicholas Cage, Lynch se ne innamoro il primo giorno di riprese e decise di fare il film così. Più eco-pelle quelle di Neo nella trilogia di Matrix, il cui merito, dopo il primo capitolo, è quello di essere diventato un corpo da product placement.

Ma può bastare? Direi di no, visto che se ci penso ho sempre negli occhi il fotogramma finale di Mamma Roma dove il figlio di Anna Magnani giace morto in una cella di sicurezza come il Cristo del Mantegna. Oppure i tatuaggi a futura memoria di Memento, di un Chris Nolan pre-Batman, che servono a Leonard Shelby per non dimenticare cosa è successo visto che soffre di un’amnesia che lo colpisce ogni notte. Ed ancora gli splendidi tatuaggi dei samurai e degli Yakuza nei film dell’estremo oriente, narrazioni mitologiche dove la forma arriva a perfezione di racconto, diventando opera d’arte alla stessa stregua dei miniaturisti come Hiroshige.

Eppure in tutto questo c’è qualcuno che davvero è andato oltre. Se è vero che tutti siamo ancora un pò frastornati dal piccolo film di Sofia Coppola che ha vinto Venezia, qualcuno si ricorda chi vinse lo scorso anno? Il corpo qui era quello invecchiato di Mickey Rourke, che vinse anche la Coppa Volpi, in The Wresteler di Darren Aronofsky. Randy è la rappresentazione di un autodistruzione, di un uomo che vorrebbe farcela a cambiare vita, ma che alla fine non può fare a meno delle urla dei fan intorno al ring, nonostante il cuore stia per cedere, nonostante ci sia una figlia ed una donna che forse lo aspettano. Non per niente Rourke era l’unico corpo-recitante che potesse affrontare quel ruolo, visto il suo tentativo di diventare pugile professionista. Un film dove davvero pelle e pellicola diventano un unicum, luogo di sofferenza e racconto, sancito da una battuta superba: “Sono un vecchio pezzo di carne maciullata. E sono solo. E me lo merito di essere solo”.

Poi ci siamo noi, anche noi corpi fatti di narrazioni, con le cicatrici che ci ricordano episodi dell’infanzia, dove piccoli segni ci fanno sorridere, per fortuna. Oppure le cicatrici più profonde che ci lasciano con un misto di melancolia e rabbia, fra  il ricordo e la futura memoria, consci che comunque siamo andati avanti, abbiamo ancora una volta superato la boa. Poi ci sono gli ospedali, dove ho rubato un pò di connessione per poter postare questo pezzo, dove siamo fuori dal mondo. In attesa. Nell’attesa di poter sorridere ancora e raccontare un’altra storia.

Il coraggio di essere Venezia

Venezia67 è chiusa e siamo tutti sopravvissuti, soprattutto all’odioso tifo campanilistico che vede l’informazione in prima fila per cui è meglio vinca un film italiano piuttosto che un bel film. Anche il Moviecamp veneziano è passato e noi siamo più vivi che mai, visto il successo, le conversazioni, gli incontri e le riflessioni che abbiamo raccolto. Si torna a casa, stanchi e contenti, e ci si mette a stendere i nostri oggetti psico-emotivi sul tavolo, fra cui c’è sempre qualche foto. Mi scopro a guardare una foto della laguna, fatta mentre andavo al Lido, e a riflettere di quanto coraggio serva per essere una città come Venezia.

VeneziaVenezia non è una citta da cartolina, come vorrebbero in molti, compresi alcuni registi, soprattutto d’oltreoceano. Woody Allen in Tutti dicono I love you, per me il suo peggior film della sua carriera, ne ha fatto un’icona romantica da bancarella, come alcuni racconti su Casanova, che hanno fatto di un mito modern, una sorta di gigolò-erotomane che oggi abiterebbe in qualche strip-bar da casinò di Las Vegas. Non ci siamo proprio, questa città è molto di più. Ho avuto la fortuna di visitare la Sala degli Stucchi dell’Hotel Excelsior, dove Sergio Leone girò la stupenda sequenza della cena fra Robert De Niro ed Elizabeth McGovern de C’era una volta in America, oppure di rivedere l’Hotel de Bains, dove nel 1971 Luchino Visconti ambientò il suo Morte a Venezia. Qua siamo già su un percorso che collega l’eleganza, la decadenza e quel senso di precarietà di una città che ha strappato la terra al mare. C’è anche la Venezia di Shakespeare con Al Pacino/Shylock nel suo Mercante di Venezia ed il grande Othello/Orson Welles nel migliore adattamento della storia del moro di Venezia. Ancora Visconti, perché il maestro era un recidivo e a Venezia aveva ambientato Senso, da molto giudicati uno dei film perfetti per la maniacalità dei dettagli.

 

C’è poi la Venezia cartolina di sfondo che diventa spettacolo, che fa sensazione, che diventa cornice che esplode, che tradisce i blockbuster, diventando protagonista più degli action movie che sono stati realizzati: da Indiana Jones e l’ultima crociata, La leggenda degli uomini straordinari e di due avventure di James Bond. Per fortuna c’è anche chi racconta una Venezia più popolare, spostando il focus sulla gente, sui territori di un umanità che è naturalmente consapevole dello spirito della sua città e della sua difficile sopravvivenza, come La Lingua del Santo di Carlo Mazzacurati, ma soprattutto Pani e Tulipani di Silvio Soldini, dove con un registro ariostesco viene realizzata la miglior commedia italiana degli ultimi 10 anni, che fece successo di pubblico, critica (se poi conti qualcosa) e premi. Segno evidente che se si lavora sulla qualità e su strade diverse si fa il pieno dei risultati.

Ci sono anche film che raccontano una Venezia più misteriosa, labirintica, che si avvicina al punto in cui voglio arrivare, come Il talento di mr. Ripley di Anthony Minghella, ma soprattutto A Venezia un decembre rosso schocking di Nick Roeg, narratore troppo dimenticato di cui andrebbe conosciuto a memoria almeno L’uomo che cadde sulla terra con David Bowie. Ma la miglior narrazione di Venezia non viene dall’audiovisivo  e non l’ha neanche realizzata un veneziano, ma un italiano nato a Cuba.

“A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.”

Italo Calvino fa raccontare da Marco Polo a Kublai Khan una miriade di città che sono sempre la stessa: Venezia.  Le città invisibili sono l’epopea dell’impossibile, l’elogio della polifonia e della molteplicità, da considerare come pietra angolare in un momento in cui si operano continui e beceri tentativi di riduzionismo della complessità e della contemporaneità. In questo c’è spazio per ogni possibilità, per ogni racconto, per ogni sfida, per ogni elemento. In fondo Venezia è un sogno d’acqua che vuole restare vivo, che vuole ancora concedere respiro a un’ipotesi, qualunque essa sia. Torno alla mia foto e mi ricordo di come il vaporetto, lascia le calli, stretto fra i sottopoteghi dell’emozione, i ponti del pensiero e si getta in mare aperto, pronto a tutto, anche a tradirsi pur di rimanere a galla, pur di restare se stesso, pur di concedere una nuova scena di vita. Proprio come il cinema.