Il cinema elettronico e la generazione di registi low-cost e low-tech

Correva l’anno 1995 e i due cineasti danesi Lars von Trier e Thomas Vinterberg danno vita al Manifesto DOGMA 95, una dichiarazione d’intenti con una netta presa di posizione nei confronti del cinema tradizionale che influenzerà profondamente le future generazioni di filmmaker autori di film low-cost e low-tech. Nell’articolato Manifesto DOGMA 95 sono elencati molti punti interessanti, ma il più importante è quello in cui è dichiarato che: “Oggi infuria una tempesta tecnologica, da cui conseguirà la definitiva democratizzazione del cinema. Per la prima volta chiunque può fare un film.”

Nel cinema italiano era già presente, durante i primi anni Ottanta, quest’attenzione nei confronti dei nuovi scenari estetici e produttivi che la tecnica andava delineando attraverso l’arte cinematografica e il pensiero critico di Michelangelo Antonioni.

Il regista, in un’intervista pubblicata su “La Repubblica” del 15 novembre del 1983, dichiarava: “Penso che l’avvento nel cinema dell’elettronica possa metterci di fronte a una situazione analoga a quella che venne a crearsi nel mondo della pittura con l’avvento dell’arte astratta. […] Accadrà lo stesso con l’elettronica che solo apparentemente semplificherà il mestiere di autore di cinema e lo aprirà praticamente a tutti.” Antonioni, in Il Mistero di Oberwald del 1980, sfrutta le nascenti potenzialità del cinema elettronico operando una color correction volta a caratterizzare la soggettività dei personaggi rappresentati, tecnica che sarà ampliata e raffinata, nel 1982, anche da Francis Ford Coppola in Un Sogno lungo un giorno.

La nuova generazione di filmmaker che cavalca l’onda lunga di Dogma 95 ricalca, di questo movimento, la sperimentazione di un cinema “minimal” caratterizzato da bassi costi di produzione e dall’uso della camera a mano o, al limite, da un’essenziale strumentazione audiovisiva, in cui le storie dei protagonisti sono il vero cuore pulsante della narrazione: storie lontane anni luce dalle suggestive sceneggiature ricche di effetti speciali delle mega produzioni americane. I documentari prodotti da questi registi low-cost e low-tech non hanno la volontà di riesumare il glorioso Neorealismo degli anni Cinquanta, ma di narrare storie di personaggi della quotidianità il più delle volte tagliati fuori dai giochi di potere, che solo apparentemente non fanno clamore, ma che rappresentano fedelmente l’Italia di oggi.

Per esempio, in Alisya nel paese delle meraviglie, Simone Amendola mette in luce i problemi d’integrazione tra le varie comunità d’immigrati e tra gli italiani stessi, dirigendo un documentario ambientato nel quartiere Cinquina a Nord di Roma. Il documentario è stato premiato in diversi festival ed è vincitore del Premio Ilaria Alpi 2010. Lucky Red, assieme ai produttori Filmalbatros e Cooperativa Parsec, distribuirà il documentario nell’edizione home video e Rai Tre curerà la programmazione televisiva.

I due registi Sergio Basso e Andrea Segre documentano rispettivamente in Giallo a Milano l’occupazione dei cinesi nella città e, in Il Sangue Verde, la rivolta degli extracomunitari di Rosarno mentre, in Un anno dopo – Progetto Memory Hunters, film collettivo di giovani filmmaker dell’Accademia dell’Immagine dell’Aquila con il sostegno del Centro Sperimentale di Cinematografia, è immortalato il vivere quotidiano della comunità aquilana dopo la tremenda tragedia del terremoto, lontano dai riflettori dei media, quando l’attenzione è ormai scemata e restano solo macerie e vite da ricostruire giorno dopo giorno. Ricordiamo che quest’ultimo documentario è stato presentato, fuori concorso, nella Sezione Orizzonti della 67. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Il Festival del Cinema di Roma ospita, oltre ai film prodotti dalle major internazionali, nella sezione L’altro Cinema| Extra/Documentari in concorso, anche un nutrito numero di questi film low-cost e low-tech, dimostrando così una crescente attenzione e sensibilità nei confronti di questo nuovo cinema, portando in concorso gli italiani: Bruno Bigoni, Gianni Celati e Roberto Orazi.

Questa nuova generazione di registi, con lo sguardo sempre più tagliente e implacabile sulla realtà, agli antipodi da quella ordinaria e priva di contenuti rappresentata da certi reality show televisivi, stenta a decollare nel panorama della distribuzione e, facendo un passo indietro, soprattutto nella produzione tanto che, nella maggior parte dei casi, i film sono prodotti dagli stessi autori. Ci consola pensare che la verve di questi registi, assieme alla loro particolare visione del mondo restituita al cinema, sarebbe piaciuta molto a Vittorio De Sica che amava ripetere: “Rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca.”

 

Nuove Tecnologie per Avatar 2 e niente 3D per il prossimo Batman

The Dark KnightLa tecnologia diventa sempre più un nodo gordiano per la narrazione audiovisiva. Non è una novità. Se la distinzione fra cinema e cinematografo passa in pochi anni dalle riprese dei fratelli Lumiere alla truquerie di Melies vuole dire che la tecnologia cinema evolve nel suo sistema di espressione e di significati.Tutta la storia dell’audiovisivo è anche storia di tecnologia e oggi assistiamo al ritorno forte di questa tematica. Due notizie sono venute fuori ieri che ancora riportano il focus su questo argomento: Christopher Nolan, ancora sugli scudi per il meraviglioso Inception, ha annunciato che il terzo capitolo della sua saga di Batman non sarà in 3D, nè nel making nè in post-produzione. La scelta è di natura artistico espressiva, Nolan vuole mantenere un legame estetico e concettuale con i precedenti episodi girati, Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro.

Il film sarà comunque girato per IMAX, garantendo così un’alta qualità della visione. Siamo al settimo capitolo della saga di Batman nel cinema contemporaneo, lasciando fuori sia la serie sia i lungometraggi interpretati da Adam West con quel mix kitch e camp. Confermato il blocco dei personaggi-interpreti, Christian Bale, Morgan Freeman, Gary Oldman e l’ingresso di Tom Hardy, visto recentemente nella bella miniserie criminale inglese The Take.

Novità in campo tecnologico per James Cameron, che annuncia come Avatar 2 esplorerà gli oceani del pianeta Pandora. Un ritorno all’acqua per il regista sia di The Abyss che di Titanic, come dichiara lui stesso in questa conversazione al Churchill Club con Eric Schmidt, CEO di Google.

Cameron sta cercando di fare quello che è riuscito solamente a Peter Jackson con la Trilogia de Il Signore degli Anelli, girare simultaneamente sia il secondo che il terzo capitolo di Avatar. I fratelli Wachosky ci avevano sbattuto la faccia quando provarono a farlo per i due capitoli finali della trilogia di Matrix. Attivissimo su ogni fronte Cameron lavora per un’edizione 3D di Titanic (è questo sarà sicuramente un grande evento da box office) ed una sua visione di Cleopatra da portare sullo schermo con Angelina Jolie nel ruolo della regina egiziana (ne farò volentieri a meno).

Grandi investimenti? Senza dubbio, ma non vi dimenticato che le quote più forti dei budget per i blockbuster sono riservati al marketing, quindi aspettiamoci campagne importanti, social network in primis, per realizzare l’engagement fra pubblico e film, che si basano anche su una forte fascinazione dei personaggi e degli scenari. Il risultato sarà quello che sarà ed ognuno poi sceglierà il suo preferito, io ho molta fiducia che Nolan riuscirà a tirare fuori un gran film confermando il suo talento in ogni aspetto, mentre per Avatar lascia sospeso il giudizio, anche se sarà di nuovo una grande esperienza visiva. Fra questi due giganti previsti per il 2012 ci sarà spazio per altro? Certamente! Se qualcuno lavorerà su percorsi diversi, senza imitare i blockbuster, soprattutto senza averne i budget colossali (smettiamola di fare le nozze coi fichi secchi) potrà darci ancora delle sorprese, soprattutto scrivendo e girando bene. In particolare negli ultimi anni ricordo due casi che davvero hanno fatto bene al botteghino con pochi soldi, Juno e Little Miss Sunshine. Si tratta di stabilire un patto di onestà con lo spettatore e di toccare le corde più profonde del suo animo. E’ il cinema.

Il cinema degli zombie e gli zombie del cinema

joe danteIo sono sempre stato convinto che il cinema di genere sia uno strumento potente che, attraverso un codice ampio ma preciso, e pronto ad ogni violazione, possa raccontare anche i cambiamenti che ci riguardano. Succede così che una sera mi ritrovo di fronte ad Homecoming di Joe Dante, uno di quei registi cresciuto alla corte di Spielberg e che i generi, fra cinema e tv, li ha sempre frequentati, come non ricordare un film come La seconda guerra civile americana. Girato per la serie Masters of Horror, come episodio non seriale di questa importante collection, Homecoming racconta le vicende delle elezioni del presidente George W. Bush contro lo sfidante democratico John Kerry. Così i cittadini degli Stati Uniti sono chiamati a votare, proprio tutti. Compresi i soldati americani, compresi quelli morti in battaglia che pretendono di esercitare il loro diritto di voto nonostante il loro stato di zombie.

Una satira spietata contro la società americana, talmente forte da far esclamare John Landis, che non ha certo bisogno di presentazioni, di essere di fronte all’episodio più importante della serie (anche Landis ha girato due episodi di Masters of Horror). Siamo quindi lontani da grandi effetti speciali, ma in mezzo a genere puro, anzi a quello che viene chiamato Horror Sociale. La storia di questo genere ha nobili origini, basta pensare alle radici letterarie di figure come Frankenstein, Dracula e l’Uomo Lupo, quindi passa attraverso veri maestri del cinema come Murnau e Dreyer, oppure Roger Corman, maestro indiscusso del brivido, che ha allevato nella sua factory uno come Francis Ford Coppola.

 

L’horror sociale invece cresce con George Romero, vero padre del cinema degli zombie, che aveva immaginato la società moderna come un centro commerciale, assaltato da morti viventi come metafora delle masse escluse dal mondo del benessere. Così se il western è il simbolo della lotta cruda per la sopravvivenza, il noir è l’elegia dello sconfitto, la fantascienza la possibilità di indagare il futuro, il war movie invece la lotta per il potere, l’horror è la rappresentazione dei nostri incubi, che va a cercare fra le paure più profonde del nostro essere. Certamente non tutto è oro nell’horror, come in tutti i generi, come nel cinema in generale, ma sembra che molte persone siano attratte da questo gusto di essere spaventate (fra l’altro dal 1 novembre andrà in onda su Fox Walking Dead, serie che ha letteralmente conquistato gli Stati Uniti). Inoltre l’Italia ha dato grande contributi a questo genere, oltre ad un maestro come Dario Argento, che ha intrapreso un percorso artistico molto personale, vanno ricordati uomini come Bava, Fulci e Freda, tutti ampiamente studiati nelle facoltà di cinema delle università di tutto il mondo; destino uguale per il western all’italiana, non solo Sergio Leone, il poliziesco (ridefinito poliziettesco) e persino la fantascienza!

Ora in Italia tutto questo è finito. Il cinema di genere si può dire quasi non esista più, se non per qualche piccolo sussulto, che vorremmo fosse sempre più forte. Siamo passati dal cinema degli zombie agli zombie del cinema, con film che girano sempre in direzioni banali, come la crisi dei trentenni, poi quarantenni e fra un pò cinquantenni, senza che nessuno abbia mai pensato che attraverso i generi si possono raccontare le realtà di un paese in trasformazione? Eppure Hitchcock è stato un regista di genere, diventato un mito perchè ha saputo curarne e violarne i confini, e gli esempii potrebbero essere moltissimi. Si preferisce dire che una questione di costo degli effetti speciali. Francamente non credo che la questione possa subire una così forte operazione di riduzionismo. Inoltre non manca il pubblico, anzi nel mondo aumentano sempre di più gli spettatori di film di genere. Ma allora cosa è successo al sistema dei generi in Italia? Perchè in Italia lo abbiamo avuto ed alcune volte siamo riusciti a reinventarlo con soluzioni narrative e tecniche valide. La risposta è difficile, ma credo che bisogna cercarla nella nostra storia del cinema. O meglio nelle nostre storie del cinema, spesso edulcorate da troppi riferimenti importanti, come se fosse qualcosa di cui vergognarsi, da bollare come Serie B. Anche qui siamo nei motivi di quell’incontro mancato fra il cinema italiano ed il suo pubblico di cui proverò a parlare il 3 Novembre nel Moviecamp di Roma.

[Aspettando MovieCamp] Il cinema a misura di noi: barcamp, user generated movies e archivi personali

Get_Glue

Un BarCamp è, per definizione, una non-conference ed in quanto tale è dunque bottom up generated tanto nella proposta degli argomenti quanto nella gestione degli eventi.

La nostra community, ad esempio, si coagula e dialoga attraverso il sito moviecamp.it ed i social media ad esso connessi, ed è composta da appassionati e ricercatori – universitari e non – del settore.

In quest’ottica – ed in vista dell’incontro di Roma del prossimo 3 novembre (adesso lo trovate anche su Smappo: andate e diffondete!) – voglio condividere con voi i temi che tratterò nel mio intervento-unconference: “Il cinema a misura di me: crowdsourcing, partecipazione e personalizzazione”.

Le attività di fan ed appassionati di cinema sono cresciute in modo costante negli ultimi anni, conducendo ad un inevitabile riassetto del sistema produttivo e distributivo degli audiovisivi.

L’apertura di piattaforme online per la condivisione dei video ed il moltiplicarsi degli spazi di partecipazione attiva da parte degli utenti hanno determinato notevoli cambiamenti nel rapporto di fruizione e costruzione degli audiovisivi.

Così, accanto ad una partecipazione attiva al processo di creazione dei film (The Hunt for Gollum, Batman: Dead End, Metal Gear Solid Philantropy), possiamo individuare una serie di case histories in cui il prodotto audiovisivo si configura già come un contenitore personalizzabile e dunque modulare.

E’ quanto accaduto, ad esempio, con gli user generated movies, caratterizzati da una forte integrazione con i contenuti personali degli utenti (non a caso si tratta di applicazioni interfacciabili spesso con Facebook Connect) e talora legati ad un brand della stessa categoria merceologica: è il caso di The FlashForward Experience in cui ciascun utente poteva creare il proprio flash forward personale, sullo stesso stile di quelli visti nella serie.

In altre parole, si tratta di rendere l’utente parte di un’esperienza con un alto livello di engagement, facendo leva anche sulla possibilità di condividere i contenuti creati.

Invero, l’attività degli utenti si configura spesso come un processo di co-creazione, soprattutto a fini promozionali (come il finale di Lost, la cui produzione è stata “delegata” agli utenti) ma non solo.

Vi è infatti un cambiamento interessante nella creazione dei propri “archivi esperienziali di fruizione“, grazie ad applicazioni come Miso, GetGlue o TunerFish, tra i primi esperimenti di social TV che coinvolgono però anche i film (ne ho parlato più ampiamente qui).

L’esperienza di fruizione si configura dunque anche come archivio in fieri condivisibile (quindi tale da indurre un potenziale interessamento negli altri, oltre a fungere da veicolo promozionale, tanto che ci sono già casi di alleanze strategiche tra produttori e gestori delle app).

Gli audiovisivi dunque – tanto a livello produttivo/distributivo quanto a livello promozionale e di sedimentazione della memoria filmica – sono prima di tutto veicolo di engagement e partecipazione.

A proposito di engagement abbiamo realizzato la versione mobile di MovieCamp.

Potete anche votare il nostro sito per il concorso LiberoMobileAwards a questo indirizzo.

Ci vediamo a Roma!

Storie di Moviecamp: Benvenuti A Terzigno

Biutiful CauntriL’ho scritto qualche giorno fa in uno status di Facebook: Ho il desiderio che qualcuno mi racconti cosa davvero succede a Terzigno dove cittadini italiani protestatno per il loro diritto alla salute e per non avere una discarica, dove i rifiuti vengono accantonati e non trattati, all’interno di un parco naturale – cosa tra l’altro vietata dalla legge. Ho il dediserio che qualcuno mi racconti quelle storie e non mi basta il telegiornale, non mi basta la cronaca, non basta mai la cronaca o il giornalismo per le vicende umane. Qualche anno fa c’è chi è riuscito davvero a realizzarlo con grande difficoltà. Ho conusciuto Peppe Ruggiero qualche anno fa alla presentazione del libro di un amico comune, quando Biutiful Cauntry era solo un’idea. Lui, giornalista ed ex responsabile comunicazione di Legambiente Campania, aveva scritto molto sull’argomento, tanto che era suo il materiale su cui Roberto Saviano base il capitolo di Gomorra sull’ecomafia.

 

Biutiful Cauntry è una di quelle storie che mi piace pensare come una di moviecamp, cioè quella capacità di mettere in scena la realtà, anche attraverso il documentario, di fare narrazione del reale, di rendere tutto quanto comprensibile, ma diretto come un pugno in faccia. Capace di narrare. Tutto è reale, comprese le minacce delle camorra che hanno ricevuto i 3 autori, e la disperazione e la rabbia dei protagonisti di questa vicenda. Cosa deve essere per un allevatore vedere i propri animali che cadono a terra senza forze e muoiono in un’agonia lentissima. 

                             

Ci ripenso proprio questi giorni mentre Terzigno è teatro di un pesante braccio di ferro fra Stato e Cittadini, mentre vanno in scena i commenti sulla gente del sud, però spiegatemi allora perchè, a parte Napoli, le altre provincie della Campania hanno un tasso di raccolta differenziata superiore al 50% con punte del 75%, meglio di alcune regioni del Nord.

Ci ripenso proprio mentre Benvenuti al Sud è ancora primo al box office anche questa settimana, con un copione che manda belle cartoline del mare e dell’ospitalità di una parte del nostro paese, ma che non racconta nulla dei processi antropologici che attraversano l’Italia. Il mio non è un attacco al film con Claudio Bisio, anche se francamente non mi ha per nulla entusiasmato, ma questi sono giudizi personali. La mia è la rabbia di chi vorebbe vedere altro sul grande schermo e non accontentarsi di Youtube, seppur io sono un grande consumatore di video sulla rete.

 Forse la domanda giusta è ma ci riguarda tutto questo? E poi, cosa c’entra con i social media e la traformazione dei linguaggi? C’entra tutto! Perchè da Adro a Terzigno ce ne sono tante di storie da raccontare, perchè solo la rete sembra capace di poter accogliere le storie dei nostri territori, perchè che ci piaccia o no, qualcosa di pesante sta accadendo nel mondo, ma prima di tutto in Italia. E servono linguaggi nuovi per raccontarlo. A me piacerebbe vedere un film che si chiamasse Benvenuti a Terzigno. E a voi?

L’ho scritto qualche giorno fa in uno status di Facebook: Ho il desiderio che qualcuno mi racconti cosa davvero succede a Terzigno dove cittadini italiani protestatno per il loro diritto alla salute e per non avere una discarica, dove i rifiuti vengono accantonati e non trattati, all’interno di un parco naturale – cosa tra l’altro vietata dalla legge. Ho il dediserio che qualcuno mi racconti quelle storie e non mi basta il telegiornale, non mi basta la cronaca, non basta mai la cronaca o il giornalismo per le vicende umane. Qualche anno fa c’è chi è riuscito davvero a realizzarlo con grande difficoltà. Ho conusciuto Peppe Ruggiero qualche anno fa alla presentazione del libro di un amico comune, quando Biutiful Cauntry era solo un’idea. Lui, giornalista ed ex responsabile comunicazione di Legambiente Campania, aveva scritto molto sull’argomento, tanto che era suo il materiale su cui Roberto Saviano base il capitolo di Gomorra sull’ecomafia.

Online il programma di MovieCamp Roma!

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E’ online il programma del nostro prossimo incontro!

Vi abbiamo tenuti sulle spine è vero, ma solo per cercare di approntare il miglior programma possibile.

Insomma, perdonate il gioco à la Hitchcock ma un camp ha sempre del fermento dietro: di idee, organizzazione, proposte.

Ecco dunque i titoli delle unconferences!

 

Dalle ore 10:00 alle 16

Simone Corami – L’Incontro Mancato – Strategie narrative del cinema italiano 2004/2009

Stefano Kurtz Adami – Wenomics e iniziative culturali: andare avanti con le “nostre” sole (?) forze

Emanuela Zaccone – Il cinema a misura di me: crowd-sourcing, partecipazione e personalizzazione

Gianni Celata, Martha Capello, Daniele Ottavi – Lowcost, crowdfunding, brandplacement

Adriano Parracciani – GeoFilm Roma, un libro cartaceo-digitale

Mauro Rubin – Mixed Reality: quando l’immaginazione diventa reale. Nuove esperienze utente per promuovere un progetto video

Maurizio Galluzzo – MovieCamp e la sperimentazione del cinema partecipativo

Mary Calvi – L’esperienza del festival “Un Sorriso Diverso”

MovieCamp si terrà presso l’Auditorium Parco della Musica, Viale Pietro de Coubertin 30 a Roma.

Il programma potrebbe essere ancora suscettibile di qualche variazione.

Potete anche condividere l’evento via Smappo a questo link.

Vi ricordiamo che MovieCamp è fruibile anche in versione mobile qui: http://moviecamp.m.libero.it 

Potete anche votare il nostro sito per il concorso LiberoMobileAwards a questo indirizzo.

Moviecamp Roma ci siamo quasi. E il cinema italiano c’è?

Cinema Italiano
Oggi abbiamo fatto i sopralluoghi nello Studio 3 dell’Auditorium – Parco della Musica, proprio quello di Renzo Piano, per Moviecamp. La sala è piccola ma bella, invasa da quel legno di ciliegio che contraddistingue questa struttura. Stiamo cercando di far stare comodi chi verrà e di portarvi via streaming, twitter ed altri social network i contenuti della nostra giornata. Mentre torno a casa per radio sento un intervento di Riccardo Tozzi, produttore di Cattleya e presidente della sezione dell’Anica che raduna i produttori. Parla bene Tozzi in un forum di Repubblica Tv che questa radio mandava in replica, dicendo che quest’anno il cinema italiano avrà una quota di mercato del 30% nel nostro paese. Niente male visto il passato, prima del 2000 eravamo al 10%, e poco sotto la Francia, che ha un sistema di protezionismo blindato.  Ma va davvero così bene?

Voglio dire, i numeri sono con il cinema, c’è l’aumento delle presenze che è un gran bene, vuol dire che la gente va più al cinema e vede più film italiani. Ma quali? Io mi ricordo dell’epoca in cui sono nati i cinepanettoni, e ce n’era uno per stagione. Oggi invece si sono moltiplicati tanto da arrivare anche nella stagione estiva con i cinecocomeri. Chiariamo subito una cosa, io non ce l’ho con quei film, assolutamente, nè considero male chi li guarda o chi va al cinema per cercare divertimento o farsi due risate. Però alcuni di loro non sono neanche cinema. Un film non è un film perchè si proietta in una sala oppure perchè dura 100 minuti, più o meno. Alcuni cinepanettoni sono un insieme di sketch con il linguaggio televisivo messi insieme fra loro da un esile canovaccio. Se proprio deve avere del livore allora lo rivolgo con chi non si preoccupa lontanamente di affrontare questo tipo di fenomeno o di chi lo snobba e non per questioni di gusti, ma magari chi giudica le persone in base ai film che vede. Però una cosa lo voglio mettere di nuovo in chiaro, perchè quando sento che questi film sono il proseguimento della commedia all’italiana, allora quasi inchiodo le ruote delle macchine. La commedia ll’italian è un macro-genere che abbiamo inventato noi, ma che oramai non esiste più, l’ultimo film della commedia all’italiana è C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, anno 1974. E stop. Tutto quello che è venuto dopo è altro. Come altro è tutto quello che è venuto dopo il neo-realismo, Antonioni, Fellini, Visconti, Pasolini è tutto gli altri grandi del nostro cinema. Averne memoria è importante ma dobbiamo anche entrare nella prospettiva che oggi il cinema è altro. Credo che il peso dei padri ingombranti, definizione di Gabriele Salvatores, sia un discorso superato e che non vada riproposto, anche perchè sono anche altre le cinematografia che hanno una storia di eccellenza alle spalle.

Ma alla fine oltre i cinema-panettoni? Abbiamo i film dei comici della tv, il filone giovanilista, praticamente Moccia & C, un cinema intimista che a volte riesce a fare centro, altre volte un pò si perde, un sistema dei generi che ancora non riesce a riprendersi, anche se ci sono dei segnali positivi con alcuni noir. Poi abbiamo un settore dei documentari, che nonostante incredibili difficoltà è ancora un nube di talenti e di prodotti estremamente interessanti, che forse più di tutti, cercano di raccontare questo paese. Spero che l’argomento di questo post vi sia piaciuto, perchè è di questo che parlerò al Moviecamp romano, cercando di capire se questo incontro fra il cinema italiano ed il pubblico c’è stato o c’è ancora. Oppure se è stato di nuovo un incontro mancato.

PS. Vi ricordo che oggi moviecamp è disponibile anche in versione mobile e che se volete potete votarci per il Libero Mobile Award, andando qui.

Come sempre Grazie della vostra attenzione.

L’altro cinema | Extra: vi presentiamo l’extra-ordinaria sezione di Mario Sesti

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Cari MovieCampers,

l’incontro nella capitale si avvicina e come sapete il nostro evento sarà ospitato anche stavolta all’interno di una prestigiosa manifestazione, in questo caso il Festival Internazionale del Film di Roma che si terrà dal 28 ottobre al 5 novembre prossimi.

A breve troverete online i dettagli del MovieCamp, ma nel frattempo vogliamo approfondire con voi alcuni aspetti del festival che ci ospita (il cui programma definitivo è disponibile qui).

In particolare, voglio presentarvi una sezione che a noi sta particolarmente a cuore: L’Altro Cinema | Extra.

L’intento del suo responsabileMario Sesti – si profila in modo piuttosto chiaro dalla serie di pellicole ed incontri che caratterizzano la sessione (trovate l’elenco completo alla fine di questo post).

 

Emerge immediatamente, infatti, l’interesse per la valorizzazione di un cinema indipendente, che si distingua dal mainstream e che, nel contempo, rappresenti una notevole varietà di contributi differenti per origine geografica e per tematiche.

Vi è dunque un doppio focus: da un alto l’esplorazione della sessualità femminile attraverso documentari (ad esempio Yoyochu in the Land of the Rising Sex e The Canal Street Madam) e film (My Heart Beats, Le sentiment de la chair); dall’altro si guarda a quell’America che non è solo produzione blockbuster ma che anzi, fuori da questa logica, diventa terreno di sfida produttiva. Significativo è in tal senso Burke and Hare, l’ultimo film di John Landis girato e prodotto in Inghilterra.

Peraltro – notevole caratteristica della sezione – sarà possibile incontrare John Landis e Alexandre Rockwell (presente a Roma con Pete Smalls is Dead) durante le “Lezioni di Cinema” che precederanno la proiezione delle loro pellicole.

Questi, però, non sono gli unici incontri previsti dalla sezione che ci presenta anche quest’anno dei duetti piuttosto interessanti quali Margherita Buy-Silvio Orlando, e Giancarlo De Cataldo-Gabriele Salvatores (“coppia criminale” che si focalizzerà sul tema del cinema e della giustizia).

E se ancora non vi basta sappiate che L’Altro Cinema | Extra è anche una delle poche sezioni al mondo ad ospitare un concorso internazionale di documentari: vi sarà infatti una giuria che assegnerà il “Premio Marc’Aurelio al miglior documentario”.

E per ribadire maggiormente l’alterità di questo programma rispetto al mainstream, cinematografico, potrete vedere anche una raccolta di filmini familiari (realizzata in collaborazione con Home Movies Bologna) e due cortometraggi in 3D ad opera delle giovani registe Laura Bispuri e Anne Riitta Ciccone.

Io non mi perderei nessuno degli eventi previsti e per essere sicura che non ve li perdiate neppure voi vi riporto il programma – comprensivo di trame dei film e descrizioni degli incontri – che gli amici de L’Altro Cinema | Extra ci hanno trasmesso.

Ci vediamo a Roma?

 

Giovedì 28 ottobre, h 20.30 – Sala Petrassi *

The Freebie

di Katie Aselton, Usa, 2010,78’ 

The Freebie è l’esordio di Katie Aselton, che scrive, dirige e interpreta uno tra i film più freschi e spigliati del Sundance 2010. Una riflessione onesta e tagliente su amore e tradimento, verità e menzogna all’interno di una coppia di trentenni che per risvegliare la passione sopita gioca una carta non del tutto convenzionale. La nuova ondata di registi statunitensi cresciuti sotto l’ala del movimento mumblecore sorto dalla prossimità di tanti film di autori indipendenti americani in cui i personaggi ruminano pensieri in una perenne sospensione esistenziale – è ormai pronta a confrontarsi con altri spessori della vita, con altre scelte inderogabili: pur con il budget di un cortometraggio e con la malizia di certe commedie di Lubitsch o della spietata ambiguità di Stroheim in Blind Husbands. 

REPLICA: 30/10 Sala Petrassi, 16.30 

 

Venerdì 29 ottobre, h 17.30 – Teatro Studio *

Gasland

di Josh Fox, Usa, 2010, 107’  

Come ai tempi della corsa al petrolio, negli Stati Uniti, le multinazionali sono disposte ad acquistare terreni apparentemente senza valore a prezzi fuori mercato. Perché? Sperano di poterne estrarre gas naturale. Come? Con uno dei procedimenti di trivellazione più invasivi e violenti mai sperimentati. Le conseguenze per l’ambiente – e soprattutto per le falde acquifere – sono devastanti: non immaginiamo quanto. Gasland non è un solo un compendio di dati e cifre, ma è un intervento sul campo determinato e risoluto. L’autore, con l’amara sfrontatezza di un Michael Moore, squarcia il sipario dietro il quale si annida l’avidità senza scrupoli delle corporation, mentre documenta i danni micidiali alla salute e all’ambiente che esse provocano. 

REPLICA: 5/11 Teatro Studio, 17.30

 

Venerdì 29 ottobre, h 20.00 – Teatro Studio *

My Heart Beats 

di Eunhee Huh, Corea del Sud, 2010, 109′

Insegnante di giorno e pornostar di notte. Che influenza ha nella vita reale fare qualcosa per finta? Recitare in un film porno può sbloccare inibizioni e repressioni? In un ambiente colorato e grottesco, dominato da intrecci e colpi di scena almodovariani (tradotti però in coreano), My Heart Beats racconta la defibrillazione di un cuore bloccato, operata attraverso il sesso simulato (ma nemmeno troppo) del cinema pornografico: senza prendersi troppo sul serio, pur avendo intenzioni serissime. Il risveglio dei sensi e il ritorno alla vita di una donna che sceglie di diventare una star del porno per cominciare a sentire qualcosa, non le fanno sentire solo il battito del suo cuore ma anche di quello degli altri: nel mondo non siamo soli.

REPLICA: 30/10 Teatro Studio, 10.00

 

Venerdì 29 ottobre, h 19.00 – Sala Petrassi

Lezioni di cinema.

Conversazioni con JOHN LANDIS

Con Animal House e The Blues Brothers è stato uno dei registi di maggior successo di Hollywood negli anni ’80: coltissimo e spiritoso, specialista di commedie ed horror, Landis sarà protagonista di un incontro aperto sia alla stampa che al pubblico, dove verranno mostrate le scene più belle del suo cinema

A seguire il film Burke and Hare

di John Landis, Uk, 2010, 91’

Edimburgo, XIX secolo: due eccentrici assassini mettono su un commercio di cadaveri con cui riforniscono la facoltà di medicina dell’università locale. Ma la richiesta è smodata e i nostri si trovano un po’ in affanno. In anteprima mondiale, l’attesissimo ritorno di John Landis. Il regista di The Blues Brothers si rifà vivo alla sua maniera, costruendo una black comedy dai toni gotici e dagli effetti speciali analogici, “vintage”, come ai tempi di Un lupo mannaro americano a Londra. Un evento da non perdere per chi ama il cineasta di Chicago, che nella sua eclettica carriera ha creato il demenziale, reinventato il videoclip ma ha anche preservato e arricchito l’eredità artigianale e visionaria dell’horror classico.

 

Venerdì 29 ottobre, h 22.30 Teatro Studio *

The Woodmans 

di C. Scott Willis, Usa, 2010, 82’ 

I Woodmans sono una famiglia di artisti affermati, ma tra loro spicca la figura della giovane figlia Francesca, una talentuosa fotografa, una personalità misteriosa e vulnerabile destinata ad una tragedia che segnerà per sempre genitori e fratelli. Attraverso il lavoro di Francesca scopriamo il suo mondo, fatto di intuizioni geniali, di luce e di ombra, di forme diafane che sotto il suo sguardo diventano, in un istante, pura poesia e sconvolgente allegoria visiva. Il regista Scott Willis immerge lo spettatore nell’intimità dell’arte, nel segreto della sua grazia e del suo dolore, plasmando un racconto per immagini limpido, ambiguo e tormentato come lo sguardo della sua protagonista.

REPLICA: 30/10 Teatro Studio, 16.30

 

Venerdì 29 ottobre, h 23.00 – Sala Petrassi *

Ad ogni costo

di Davide Alfonsi, Denis Malagnino, Italia, 2010, 85’ 

Nuovo film del Collettivo Amanda Flor, ragazzi giovanissimi, uniti da un talento fuori dal comune; i loro lavori sono da sempre connotati da budget ristrettissimi e da un coriaceo senso del cinema. Antonio, disoccupato, non può vedere il figlio perché ne ha perso il diritto. Finisce per riprendere l’attività che conosce meglio e che gli rende di più: lo spaccio. Ma dovrà vedersela con altri pusher locali che rivendicano il territorio, in un mondo fatto interamente di erramenti metropolitani impregnati di solitudine e angoscia, di giornate tutte uguali, piene di minacce e indifferenza. Un film scabro, scheggiato, pieno di asperità e cicatrici, che prende vita in una messa in scena impassibile e nervosa ed ha un finale, da noir, che lascia attoniti. 

REPLICA: 31/10 Teatro Studio, 15.00 

 

Sabato 30 ottobre, h 10.00 – Teatro Studio

My Heart Beats 

di Eunhee Huh, Corea del Sud, 2010, 109′

Replica – ingresso libero

Sabato 30 ottobre, h 15.00 – Teatro Studio

The Woodmans 

di C. Scott Willis, Usa, 2010, 82’ 

Replica

 

Sabato 30 ottobre, h 16.30 – Sala Petrassi

The Freebie

di Katie Aselton, Usa, 2010,78’ 

Replica

 

Sabato 30 ottobre, h 17.30 – Teatro Studio

The Canal Street Madam

di Cameron Yates, Usa, 2010, 91’ 

Costretta da uno scandalo a sospendere la propria attività, una delle prostitute più rinomate e attive di New Orleans decide di intraprendere una battaglia mediatica per vedere riconosciuto il suo diritto a fare ciò che vuole all’interno delle mura domestiche: ispirando, addirittura, un serial tv. Oscillando tra la banale quotidianità di una piacente escort di mezza età, le drammatiche vite dei figli a carico, i suoi ricordi in VHS e le beghe familiari, questo documentario mostra un’idea di prostituzione lontanissima dallo sfruttamento cui ci ha abituato la cronaca ed esplora con inedita sincerità e combattività i confini tra le due spinte dello spirito americano: la libertà individuale e la rigida morale. 

REPLICA: 31/10 Teatro Studio, 10.00

Sabato 30 ottobre, h 20.00 – Teatro Studio

Yoyochu in the Land of the Rising Sex

di Masato Ishioka, Giappone, 2010, 115’ 

“Yoyochu” è il nome d’arte del patriarca del cinema per adulti giapponese. La sua vita è stata decisamente singolare. È stato uno yakuza ma anche un fioraio, è considerato un idolo da alcuni mentre altri lo vorrebbero morto, ha esplorato tutti i generi prima di realizzare la sua vocazione: la ricerca dei segreti della sessualità e la rappresentazione del piacere femminile. Senza tralasciare alcuna tecnica di messinscena, costruzione espressiva o stratagemma psichico. Questo documentario, che mostra anche lo sfondo domestico e familiare della sua esistenza, esplora il suo approccio originale al sesso e fotografa in modo unico, spassionato e rivelatore, un genere che mai come in questo caso diventa qualcosa di diverso da ciò che chiamiamo pornografia.

REPLICA: 1/11 Sala Sinopoli, 16.00

 

Sabato 30 ottobre, h 23.00 – Sala Petrassi

Prey 

di Antoine Blossier, Francia, 2010, 80’

Una famiglia di proprietari terrieri e industriali si reca nella palude limitrofa alla loro residenza per scovare un cinghiale di dimensioni mostruose. Ma saranno i cacciatori a trasformarsi in prede: verranno attaccati e decimati da una intera covata di esemplari modificata geneticamente dagli scarichi. Horror ambientalista di inarrestabile tensione, lascia deflagrare esplosioni di violenza animale a intervalli sempre più ravvicinati. I colpi di scena nei rapporti tra i protagonisti si succedono fino all’ultima sequenza. Dopo i primi minuti, tutto accade senza che alcuno riesca a porvi rimedio, in un acquitrino notturno dove, tra fiamme, urla e liquami, riecheggiano i migliori film di Walter Hill e John Carpenter.

REPLICA: 1/11 Sala Petrassi, 16.30

 

Domenica 31 ottobre, h 10.00 – Teatro Studio

The Canal Street Madam

di Cameron Yates, Usa, 2010, 91’ 

Replica – ingresso libero

 

Domenica 31 ottobre, h 15.00 – Teatro Studio

Ad ogni costo

di Davide Alfonsi, Denis Malagnino, Italia, 2010, 85’ 

Replica

 

Domenica 31 ottobre, h 17.00 Sala Petrassi

DUETTO

MARGHERITA BUY e SILVIO ORLANDO

Hanno prestato occhi, volto e cuore a tanti personaggi memorabili dell’immaginario cinematografico degli ultimi anni e ognuno dei due sceglierà delle scene che ama dei film dell’altro: entrambi le commenteranno in un incontro aperto sia al pubblico che alla stampa.

 

Domenica 31 ottobre, h 20.00 – Teatro Studio

Diol Kadd. Vita, diari e riprese in un villaggio del Senegal.

di Gianni Celati, Italia, 2010, 90’ 

Come si vive in Africa? Lontano dalle grandi città e vicini all’equivalente africano della piccola provincia, Vita a Diol Kadd, intessuto di osservazioni precise, meticolose notazioni e partecipazione personale, mostra qualcosa che non si era mai visto: la vera vita in un villaggio africano. Le feste la sera, il lavoro nella giornata, i tentativi di rimorchio delle donne, il rapporto con i vicini di casa, gli intrecci amorosi e le differenze date da un ordinamento sociale opposto al nostro. Per una volta, senza pietismo, la quotidianità africana è ritratta per quello che è: l’occhio di uno dei più grandi letterati italiani viventi, scruta cronaca, miti e riti di quell’altro mondo che attirò anche la curiosità di Moravia e Pasolini negli anni Settanta. 

REPLICA: 1/11 Teatro Studio, 10.00 

 

Domenica 31 ottobre, h 22.30 – Teatro Studio

Mother of Rock: Lillian Roxon

di Paul Clarke, Australia, 2010, 74’ 

Chi è stato il primo ad aver capito il rock? Una donna: la cui vita e intelligenza, indipendenti e fuori di ogni schema, sono già un mito. È Lillian Roxon (1932-1973), giornalista e scrittrice australiana, celebre per la sua Rock Encyclopedia, e lo sguardo ipermetrope che scannerizzò la New York degli anni Sessanta e dei primi Settanta, con personaggi del calibro di Jim Morrison, Mick Jagger, Keith Richards, Andy Warhol, Bob Dylan, John Lennon, Lou Reed, tra tanti. Con una falcata allegra e repertorio da strabuzzare gli occhi, Clarke racconta la donna che ha strappato il rock all’etichetta di moda passeggera e lo ha consegnato al suo status di rivoluzione dei costumi, di epica generazionale, di spirito di un’epoca.

REPLICA: 1/11 Teatro Studio, 15.00

 

Lunedì 1 novembre, h 10.00 – Teatro Studio

Diol Kadd. Vita, diari e riprese in un villaggio del Senegal.

di Gianni Celati, Italia, 2010, 90’ 

Replica – ingresso libero

 

Lunedì 1 novembre, h 15.00 – Teatro Studio

Mother of Rock: Lillian Roxon

di Paul Clarke, Australia, 2010, 74’ 

Replica

 

Lunedì 1 novembre, h 16.30 Sala Petrassi

Prey 

di Antoine Blossier, Francia, 2010, 80’

Replica

 

Lunedì 1 novembre, h 17.30 Teatro Studio

Ce n’est qu’un debut

di Jean-Perre Pozzi, Pierre Barougier, Francia, 2010, 97’ 

In un asilo della Francia non si gioca soltanto ma si parla, e lo si fa con la convinzione di chi sta formando le proprie idee senza scimmiottare gli adulti. Guidati dagli insegnanti, bambini tra i quattro e i sei anni discutono ed esprimono opinioni su temi basilari quali le razze, le differenze tra maschi e femmine, la cattiveria e ovviamente i genitori. Frutto di pazienti sessioni di ascolto e ripresa, è un documentario che mostra senza enfasi come una semplice idea (introdurre nel programma d’asilo anche la “filosofia”), generi un confronto civile e costruttivo tra bambini che hanno da poco imparato a parlare, ma anche una riflessione e un pensiero collettivo così diverso dalle contrapposizioni degli adulti. 

REPLICA: 2/11 Teatro Studio, 15.00 

 

Lunedì 1 novembre, h 18.00 – Sala Petrassi

The People vs George Lucas

di Alexandre O. Philippe, Usa, 2010, 93’ 

Da più di dieci anni, il creatore di Star Wars è sulla graticola: gli adepti della saga sono in subbuglio per come il loro mentore abbia stravolto la celebre saga, prima ritoccando la trilogia originale e poi creando quella nuova. Il risultato? Un processo mediatico senza esclusione di colpi tra un cineasta e il suo pubblico raccontato da uno dei documentari più attesi dell’anno. Un esilarante reportage ma anche una riflessione penetrante sulla fatidica domanda: a chi appartiene l’opera d’arte? Al creatore o al fruitore? Oltre al divertimento irresistibile dell’involontaria parodia dei rifacimenti, pochi film hanno saputo raccontare con la stessa persuasività, di recente, quanto il cinema possa segnare vita e fantasia delle persone. 

REPLICA: 2/11 Sala Petrassi, 18.00 

 

Lunedì 1 novembre, h 20.00 – Teatro Studio

Il colore del vento

di Bruno Bigoni, Italia, 2010, 80’ 

Da Dubrovnik a Bari, da Istanbul a Lampedusa, il film di Bruno Bigoni – tra le pochissime voci di autori documentari formatisi alla fine degli anni Ottanta – riempie il diario di bordo di un cargo che segue come la punta del dito su una carta geografica, le coste del mare più antico del mondo. È un giornale di viaggio che rievoca una storia stratificatissima (a Barcellona incontra l’ultima testimone della rivoluzione anarchica del ’36) e una contemporaneità imprevedibile (a Genova ascolta la storia di una nigeriana giunta in Italia lungo la rotta degli schiavi). Tra Hugo Pratt e Kapuscinski, tra i colori dei paesi della costa e il sangue delle guerre, l’occhio di Bigoni beccheggia sul dorso di un oceano che, come il presente, puoi solo cercare di assecondare e mai fermare. 

REPLICA: 2/11 Teatro Studio, 10.00 

 

Lunedì 1 novembre, h 20.30 – Sala Petrassi

The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town

di Thom Zimny, Usa, 2010, 85’ 

Reduce dal successo di “Born to Run”, Springsteen apre il cantiere di un progetto del tutto differente, riempiendo il suo quaderno con i testi di circa settanta canzoni. Un nuovo capolavoro era alle porte, “Darkness on the Edge of Town”. Questo film ne racconta la nascita grazie al materiale raccolto dal pluripremiato regista Thom Zimny. Nella convinzione di ricostruire un processo creativo irripetibile, Zimny assembla le prove e la registrazione, tra il 1976 e il 1978, di uno degli album più importanti della storia della musica: raramente le immagini hanno testimoniato con tale schiettezza ed evidenza il lavoro di un artista assorbito dalla propria musica come il suo corpo dalla propria linfa – perché il Boss manterrà “la promessa”. Ed alimenterà i nostri sogni. 

REPLICA: 3/11 Sala Petrassi, 18.00 

 

Lunedì 1 novembre, h 22.30 – Teatro Studio

Inside Job

di Charles Ferguson, Usa, 2010, 120’ 

“E’ stato come per le volpi avere l’accesso all’interno del pollaio”, dice uno degli intervistati descrivendo l’operato degli executives delle società finanziarie dopo la deregulation iniziata da Reagan. È un resoconto, spietato, di quanta avidità e mancanza di scrupoli ci siano dietro la crisi finanziaria che ha provocato, a partire dal 2008, la perdita di milioni di posti di lavoro. Una ricostruzione, sconcertante, dei rapporti tra strutture finanziarie e membri dell’esecutivo, delle dannose conseguenze dei conflitti di interesse – ci ricorda qualcosa? – nei rapporti tra mercato e governo. Uno dei maggiori successi dell’anno nel campo del cinema della realtà sbarca a Roma con tutta la sua energia disintossicante. Imperdibile.

 

Martedì 2 novembre, h 10.00 – Teatro Studio

Il colore del vento

di Bruno Bigoni, Italia, 2010, 80’ 

Replica – ingresso libero

 

Martedì 2 novembre, h 15.00 – Teatro Studio

Ce n’est qu’un debut

di Jean-Perre Pozzi, Pierre Barougier, Francia, 2010, 97’ 

Replica

 

Martedì 2 novembre, h 18.00 – Sala Petrassi

The People vs George Lucas

di Alexandre O. Philippe, Usa, 2010, 93’ 

Replica

 

Martedì 2 novembre, h 20.00 – Teatro Studio

Vuelve a la Vida

di Carlos Hagerman, Messico, 2009, 72’ 

El Perro è un personaggio noto in tutta la costa per i suoi racconti di mare nei quali, si sa, la percentuale di verità non è elevatissima. Come un novello Barone di Münchausen, ama narrare mirabolanti avventure dai toni epici, distillare storie di donne bellissime e furiose mareggiate ma, soprattutto, ama ricordare una leggendaria caccia allo squalo. Quando si è ormai certi che el Perro si stia inventando tutto, ecco che la realtà giunge in suo soccorso. Il Vuelve a la vida è un cocktail che serve per “riportare alla vita” i marinai dopo una sbronza colossale: è il ritorno alla realtà, quel ritorno che a volte non si vuole compiere e che questo documentario racconta con la limpida schiettezza delle acque di Acapulco. 

REPLICA: 3/11 Teatro Studio, 10.00 

 

Martedì 2 novembre, h 20.30 – Sala Petrassi

DUETTO

GABRIELE SALVATORES e GIANCARLO DE CATALDO

Lezione Criminale

“Obiezione, vostro onore”: il premio oscar Salvatores e lo scrittore, sceneggiatore (e magistrato), Giancarlo De Cataldo, dialogheranno su Cinema e Giustizia, commentando scene da film su questo tema, in un incontro aperto sia al pubblico che alla stampa. 

 

Martedì 2 novembre, h 22.30 – Teatro Studio

Rainmakers 

di Floris-Jan van Luyn, Olanda, 2010, 73’

Sguardo insolito su un territorio sconfinato e inesplorato: l’ambiente della Cina e la sua condizione ecologica. A guidare lo spettatore, lo spirito e il coraggio di quattro attivisti cinesi che ingaggiano una lotta quotidiana (perlopiù votata alla sconfitta, come sembra esserne consapevole anche il loro eroismo) con autorità locali, piccoli e grandi interessi, vecchie mentalità e resistenze inamovibili. Un percorso a ostacoli dove scenari di commovente bellezza si alternano a veri e propri gironi infernali: fiumi devastati, città dall’aria irrespirabile, campagne sfigurate, terreni avvelenati per sempre. Dall’Olanda, un resoconto su un mondo tanto importante quanto sconosciuto. Montaggio sorprendente, scrittura inventiva, sguardo d’autore.

REPLICA: 3/11 Teatro Studio, 15.00

 

Mercoledì 3 novembre, h 10.00 – Teatro Studio

Vuelve a la Vida

di Carlos Hagerman, Messico, 2009, 72’ 

Replica – ingresso libero

 

Mercoledì 3 novembre, h 15.00 – Teatro Studio 

Rainmakers 

di Floris-Jan van Luyn, Olanda, 2010, 73’

Replica

 

Mercoledì 3 novembre, h 18.00 – Sala Petrassi

The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town

di Thom Zimny, Usa, 2010, 85’ 

Replica

 

Mercoledì 3 novembre, h 20.00 – Teatro Studio

A Mao e a Luva

di Roberto Orazi, Italia, 2010, 70’ 

Recife, nord-est del Brasile: in una delle aree più povere del pianeta, un ragazzo come tanti decide di aprire una biblioteca per bambini nella favela cittadina. Sacrificando le sue poche risorse, compra libri usati ed accoglie i ragazzi per qualche ora ogni giorno. Il suo nome è Kcal, si definisce un “trafficante di libri” e le sue giornate di cantastorie e bibliotecario ambulante sono raccontate dal talento di Roberto Orazi (premiato al Festival di Roma lo scorso anno con H.O.T. – Human Organ Traffic). Dietro questa storia, che sembra tratta da un romanzo di un narratore favoloso della magia del Sudamerica, Orazi non perde un dettaglio della natura lussureggiante, della povertà da dopoguerra, dei visi che irradiano speranza e paura, gioia e rassegnazione. 

REPLICA: 4/11 Teatro Studio, 15.00 

 

Mercoledì 3 novembre, h 20.30 – Sala Petrassi 

Yves Saint Laurent, l’amour fou

di Pierre Thoretton, Francia, 2010, 100’ 

“Se Coco Chanel ha liberato la donna, Yves Saint Laurent le ha dato il potere.” Il regista-fotografo Pierre Thoretton fa rivivere l’arte del maestro dell’haute couture che sapeva caricare le sue creazioni di una vitalità dirompente, anche se, nella vita privata, una velata malinconia scandiva le ore trascorse nelle proprie dimore da sogno. Il film è un viaggio dai toni lunari e umbratili, in cui si svela una personalità complessa e fragile, che segnerà il contemporaneo come un grande pittore o architetto. Ma è anche una riflessione sulla fama, il lusso, la solitudine. Berger, che gli è vissuto una vita accanto e ha visto Y.S.L. costruire mondi, forme e stupende residenze, ne contempla, dopo la sua morte, la dissoluzione e la dispersione. Come un eroe viscontiano. 

 

Mercoledì 3 novembre, h 22.30 – Teatro Studio

Facing Genocide: Khieu Samphan and Pol Pot

di David Aronowitsch, Staffan Lindberg, Svezia-Norvegia, 2010, 94’ 

Viaggio nella vita (e nella psiche) di Khieu Samphan, capo di Stato della Kampuchea democratica durante il sanguinario regime dei Khmer rossi. Prima di essere arrestato e processato per crimini contro l’umanità, Khieu – con cui gli autori hanno trascorso quasi diciotto mesi – ripercorre la sua vicenda personale e quelladel regime, mettendo in scena un lucido schema psicologico della barbarie e, soprattutto, della disarmante indifferenza cui spesso si accompagna. Un’autentica, mirabile lezione di “banalità del male”: ogni tentativo di far prendere coscienza al protagonista del raccapriccio di cui è stato complice, è completamente vano. Pol Pot, per la prima volta, occhieggia qua e là nel repertorio inquietante e spettrale. 

REPLICA: 4/11 Teatro Studio, 10.00 

 

 

Giovedì 4 novembre, h 10.00 – Teatro Studio

Facing Genocide: Khieu Samphan and Pol Pot

di David Aronowitsch, Staffan Lindberg, Svezia-Norvegia, 2010, 94’ 

Replica – ingresso libero

 

Giovedì 4 novembre, h 15.00 – Teatro Studio

A Mao e a Luva

di Roberto Orazi, Italia, 2010, 70’ 

Replica

 

Giovedì 4 novembre, h 17.30 Teatro Studio

Minus by Minus

di Hajime Izuki, Giappone, 2010, 120 

L’attenzione di Takeshi viene rapita da una cliente che entra nella macchina di cui è autista in un giorno di pioggia. Ben presto si ritrovano nell’appartamento di lei e le loro vite si attraverseranno in un istante come può accadere solo tra due completi estranei. Il loro tragitto si intreccia con quello di un’adolescente che si sente in colpa per la separazione dei genitori, dato che è lei ad aver scoperto l’adulterio della madre. Nel suo film di debutto, Hajime Izuki, trent’anni, da Osaka, appena diplomato, racconta un mondo di personaggi sottili e stravaganti che nuotano in apnea in un mondo di solitudine e fragilità. Lo fa con una sensualità e una maestria sorprendenti, che rendono questo esordio prezioso. Una scoperta.

REPLICA: 5/11 Teatro Studio, 10.00

 

Giovedì 4 novembre, h 20.00 – Teatro Studio

Le Sentiment de la chair

di Roberto Garzelli, Francia, 2010, 91’ 

Hèlèna e Benoit si incontrano durante un esame medico. Dopo la visita, lei non può fare a meno di seguirlo e scopre che insegna radiologia alla facoltà di medicina. Si innamorano e la loro reciproca passione per il corpo umano, per le sue forme più recondite e nascoste, accende una perversione irresistibile e pericolosa. Entrambi provano, per le forme interne del corpo, un’attrazione erotica indomabile. Come se non potessero amarsi senza toccarsi o guardarsi nell’intimità più profonde dell’involucro corporeo. Un’opera prima ambiziosa, inquietante e sensuale al tempo stesso, in cui la biomeccanica incontra il sentimento più puro, in cui convivono l’immaginario di Cronenberg e quello di Chabrol. Un film e un regista che faranno parlare di sé.

REPLICA: 5/11 Teatro Studio, 15.00

 

Giovedì 4 novembre, h 20.30 – Sala Petrassi

Lezioni di cinema

Conversazioni con ALEXANDRE ROCKWELL

E’ stato capofila di quel cinema indipendente americano che con ironia scoppiettante e torrenziale (come In the Soup e nel suo ultimo film) svelava l’adorabile follia del cinema. Sarà protagonista, insieme ai 100autori, di un incontro dove si parlerà dei suoi film – e del futuro della libertà del cinema.

A seguire il film Pete Smalls is Dead

di Alexandre Rockwell, Usa, 2010, 101’

Un regista, anticonformista e geniale, scompare senza lasciare traccia. E con lui la pellicola del suo ultimo capolavoro. Una serie di personaggi eccentrici, paradossali e disperati, tra cui due sue vecchi amici, cercano di far luce sulla faccenda. Il tocco ironico e grottesco di Rockwell (In the Soup) inventa un gremito campionario di soggetti da fumetto pulp e riporta in auge le atmosfere dei film indipendenti di Jarmusch. Il film, che segna il ritorno dietro la macchina da presa di uno dei maggiori rappresentanti della scena indipendente statunitense, fiancheggiato da un cast eccezionale (Peter Dinklage, Steve Buscemi, Tim Roth), ha zaffate gitane alla Kusturica e magistrali sequenze, piene di humour e virtuosismo, come nei film dei Coen.

 

Giovedì 4 novembre, h 22.30 – Teatro Studio

POST TV – Lo-Fi for the Eyes

AA.VV., Italia, 2010, 60’

Pop tardopsichedelico, luce fluorescente, riciclo della tv degli anni ’80 e ‘90: per la prima volta in Italia – grazie a NERO MAGAZINE, Lorenzo Gigotti e Valerio Mattioli – le opere e i nomi più significativi di una nuova generazione di creatori di video di forte innovazione formale e produttiva, sparsi tra USA ed Europa

 

Venerdì 5 novembre, h 10.00 – Teatro Studio

Minus by Minus

di Hajime Izuki, Giappone, 2010, 120

Replica – ingresso libero

 

Venerdì 5 novembre, h 15.00 – Teatro Studio

Le Sentiment de la chair

di Roberto Garzelli, Francia, 2010, 91’

Replica

 

Venerdì 5 novembre, h 16.30 – Sala Petrassi

Evento Speciale

Francesco Nuti… e vengo da lontano

di Mario Canale, Italia, 2010, 91’

Il cinema italiano e gli amici di Francesco Nuti saranno presenti per la proiezione del documentario che ripercorre momenti felici e creativi, sconfitte e difficoltà della vita del regista. Per rompere il silenzio calato negli anni attorno al “malincomico” Francesco.

Tutto il cinema italiano si riunisce per celebrare il talento di Francesco Nuti. Indiscusso re del botteghino tra gli Ottanta e i Novanta, Francesco il “melancomico” ha raccontato l’amore confuso e disilluso di una intera generazione attraverso i suoi personaggi romantici e stralunati.  Da Willi Signori a Caruso Paskoski, da Tutta colpa del paradiso a Donne con le gonne, il documentario di Mario Canale ci restituisce, finalmente, il sorriso sbarazzino di un artista amatissimo: la sua vita, il suo lavoro, le sue donne ma anche la solitudine e la fragilità, l’esilio di un attore complesso e autore originale.  Il festival di Roma (sua città d’adozione) e la sezione Extra, dedicano un evento speciale al suo mondo e ai suoi film.

 

Venerdì 5 novembre, h 17.30 – Teatro Studio

Gasland

di Josh Fox, Usa, 2010, 107’

Replica

I film sono morti

Spoof MovieE’ stato la settima scorsa, credo, ma comunque non ha importanza, discutevo con un’altra m(ovie)camper su un tema importante. Non so quanti di voi mastichino un pò di marketing, comunque nel 1999, esce ClueTrain Manifesto, con 95 tesi, una volte si sarebbero chiamati filosoficamente assiomi. La prima è questa: I mercati sono conversazioni. Da lì è cambiato tutto, c’è stata una vera rivoluzione che ha investito tutto il mondo, non solo le aziende, ma tutti noi. Ora propio Emanuela, l’altra mcamper di cui raccontavo, mi manda delle slide realizzate per un workshop a cui ha partecipato, dove arriva ad una conclusione molto interessante e che condivido pienamente: gli audiovisivi sono conversazioni. Non è banale, ma è reale, soprattutto perchè deriva dalla rete, cioè dal fatto che i film, gli audiovisivi, non sono più descrivibili come unita di racconto di tempo e spazio chiusi e finiti. Ecco perchè arrivo a dire che oggi i film sono morti. Non vi preoccupate perchè potremmo ancora tutti godere di capolavori come Quarto Potere di Welles, Lo Stato delle Cose di Wenders o il film dei Simpsons, però dobbiamo metterci in testa che accanto a questo ci sarà altro. Ci saranno quelle operazioni che nel moviecamp di Venezia io avevo chiamato Narrowcoding.

Questa tendenza però già si vede attraverso gli spoof movies. Cosa sono gli spoof movies? Ho già scritto della potenza della parodia che alcuni italiani fanno attraverso il doppiaggio di scene famose, basta citare il capostipite Riccardo Pangallo, c’erano ancora solo i VHS quando lavorava lui. Lo spoof movie è diverso, perchè lavora solamente sul montaggio. Io prendo un film e prendo alcune scene come volessi rifarne il trailer e ne stravolgo completamente il significato, così Top Gun e Fight Club, molto machisti, diventano due film che trattano di una storia omosessuale stile The Brokeback Mountain di Ang Lee. Più forte è l’operazione che viene fatta su Shining di Kubrik! Nel suo spoof non c’è più la follia di Jack Nicholson che si scatena, ma una commedia familiare dove uno scrittore in crisi ritrova se stesso ed il rapporto con la sua famiglia. Questa operazione di bricolage mediatico, di ricomposizione del codice narrativo, presuppone una buona conoscenza dei meccanismi dello storytelling, attraverso, magari uno studio, ma soprattutto la passione dei fan, degli appassionati, di coloro che hanno visto migliaia di ore di cinema. Il bagaglio tecnico grazie alla tecnologia digitale diventa secondario – non è necessario essere dei montatori professionisti. Si capovolge la storia, i significati, attraverso gli stessi significanti, quindi si gioca ed il piacere ludico porta sempre all’innovazione, come ha sempre sostenuto il profeta del loisir, Edgar Morin. Siamo oltre l’Opera Aperta di Eco, perchè ne viene costruita un’altra e tutta nuova, come se ci trovassimo nei territori fan e grassroots che tanto ama il prof. Jenkins, ancora oggi il più grande esperto di cultura partecipativa, uno dei pochi che ha compreso il mondo come lo stiamo vivendo.

In questo periodo girà anche un video a mio avvisio geniale dal titolo diretto, Beautiful in 6 minuti, riassunto semiserio della soap opera lunga 23 anni in pochi minuti. Dissacrante e scarsamente consigliato ai fan della serie, perchè altrimenti rischiano di vedere il tempo che è passato in un istante.Operazione crudele per chi ha seguito le storie dei Forrester ma geniale nell’usare dei manichini al posto dei personaggi ed in certe piccole invenzioni. Totalmente realizzate con tecnologie digitali, qui siamo alla summa della ri-manipolazione prendendo uno dei testi sacri della tv e ricomponendolo nella sua scarna essenzialità. Massimo narrowcoding perchè agisce sul testo collettivo, reinventadolo e distruggendolo, mostrando gli ingranaggi nudi ed anche arrugginiti dei meccanismi, ve ne accorgerete con il passar dei secondi.

E’ un pò più di tempo che circola un’altro video, anzi se vogliamo un vero e proprio gioco interrattivo che è Lost in Val Sinestra – ma con la pronuncia anglosassone diventa Sinistra. Un sito che dopo aver caricato i dati dal vostro profili facebook o compilato a mano, inserendo anche foto vostre o di vostri amici, vi permette di vedere il trailer di un film horror con voi protagonisti. Realizzato da un’agenzia di comunicazione questo esperimento mi ha fatto pensare un’altra frontiera. L’interazione in questo caso diventa opportuntà di placement per brand e prodotti, quindi si lega una’esperienza ludica, personalizzata, su misura con noi protagonisti che gli audiovisivi non sono solo conversazioni, ma sono mercati. E lo saranno sempre di più. Non è una novità. Pensiamo all’industria del tabacco, ai giubotti di pelle, o agli occhiali da sole. Tutti oggetti diventati icone legate al mondo del cinema, caratteristiche legate al fenomeno dei divi. Nelle frontiere del narrowcoding ora gli audiovisivi diventano i luoghi dove si incrociano le identità di amanti delle narrazione ma anche di consumatori, soprattutto in un’epoca in cui la logica del marketing è cambiata da push, spinta al consumo del prodotto, alla logica pull, attirare l’utente nei valori del prodotto. E se pensate che Apple lo può fare perchè ha stile, allora chiedetevi perchè un detersivo, o adesso una banca, finanzino operazioni di sostegno a distanza dei bambini, o si connettano ad esperienze di sostenibilità. E perchè allora non esplorare i territori del nostro immaginario, per farci partecipi di un progetto valoriale. Se la Nestlè dopo la scoperta di alcune operazione contro alcune zone protette dell’Africa, ha perso una piccola parte di fatturità, perchè non potebbe riguadagnarla cercando una strategia diversa, che magari punto all’infanzia al divertimento legati ad uno snack? Non facciamoci spaventare troppo, si può sempre non comprarlo. Però entriamo in una nuova era dell’audiovisivo diversa dal vecchio spot pubblcitario e sono sempre di più queste campagne dove di viene coinvolti. Pensiamo anche alle nuove tecnlogie come la Realtà Aumentata o i codici QR, di cui parleremo nel moviecamp di Roma, quanto possano essere coinvolgenti in una ipotetica narrazione.

Sta di fatto che oggi ci troviamo ad affrontare qualcosa di diverso dal film come lo conosciamo, almeno per quello riguardi i formati con cui siamo abituati a convivere e non certo i lunghi film pieni dio balletti di Bollywood. La rete sta per scrivere una nuova pagina dell’audiovisivo, dove l’autore è morto, e trionfa la costruzione di una storia mantenendo valori di base condivisi. Un terreno che abbiamo iniziato ad esplorare.

PS – Se volete potete vedere le slide di Emanuela a questo link