A proposito di Davis – Il ritorno dei Coen

Quando esce un film dei fratelli Coen è un evento che fa rumore fra tutti quelli che amano il cinema. La coppia americana ha vinto premi, ha schiere di fan, ma soprattutto è riuscita nella sua carriera a realizzare un’eredità pesante. Io sono un loro grande ammiratore, sin da Arizona Junior del 1987, figuriamoci per quelli dopo, anche se a un certo punto non mi hanno più convinto del tutto. E adesso? Adesso A proposito di Davis.

Gli avevo lasciati nel genere western col remake de El Grinta, omaggio al genere secondo le interpretazione degli anni 70, con qualche bella deviazione nel gangster movie di oggi. Qui me li ritrovo in una New York perennemente innevata, a seguire la vita di un folksinger, Llewin Davis, che è un po’ lo stereotipo del loser, del perdente, archetipo sempre stato al centro di tanto cinema americano. Il vero protagonista del film è però la musica folk, ben interpretata, ma con la quale io non ho grande affinità e forse questo ha un po’ influenzato il mio giudizio.

Il film è elegante, ben girato e ben scritto, come mi aspettava, anche con degli spunti molto interessanti, il ruolo del gatto, il cui nome alla fine sarà rivelatore per la storia. Non sono però uno di quelli che ha visto il loro ritorno come strepitoso, c’è chi ha addirittura scritto che è il loro miglior film, non scherziamo per favore. Certo Davis, ispirato all’autobiografia postuma di Dave Van Ronk, è un personaggio interessante, un perdente di fascino, che ha smarrito la strada e che si nasconde. Protetto, e criticato, dai suoi amici, da New York, Davis si è perso. Si nasconde ripetutamente dal dolore, dall’affrontare il dolore, quello per la perdita del suo partner artistico che si è suicidato. E’ in fuga e il film è una ricerca, capitata per destino, per caso, come il gatto, che è un compagno di viaggio e un simbolo di un’indipendenza e una sensualità scontrosa fino alla fine. Davis scappa da tutto ciò che è legame, una relazione stabile, il figlio che aspetta la moglie di un amico, tutto per non vedere la sua vita, fino a non poterne più e cantare una splendida Farewell di Bob Dylan.
Bravi gli interpreti, Oscar Isaac nei panni di Davis, Carey Mulligan (Il Grande Gatsby) che interpreta Jean, la moglie dell’amico, è un grandissimo John Goodman, un jazzista drogata che sembra un incrocio fra Caronte e Virgilio e lo traghetta fino a Chicago.
Il film comunque è da vedere, non il massimo ma sicuramente  meglio di alcuni passi poco convincenti come Burn After Reading e A Serious Man.