Gli anelli della catena di un business audiovisivo

 

oroQuesti sono degli appunti concepiti per un intervento all’interno dell’unconference Moviecamp: Nuove frontiere del Business. Purtroppo per questioni di lavoro e di incastri non posso essere presente, ma questi sono degli appunti su quello che avrei detto.
Negli ultimi anni, anzi per meglio dire stagioni, abbiamo ripetutamente sentito alcuni giudizi riguardanti la produzione di serie tv nel mondo, soprattutto per i paesi di area anglosassone. Non solo riguardanti la quantità prodotta, ma specificatamente la qualità raggiunta. “La tv è il nuovo cinema” è stata l’espressione ricorrente, tanto che è fortemente aumentato l’interesse degli spettatori per la serialità e nelle sue forme più diffuse.
Da qui dobbiamo fare alcune considerazione: la prima è l’aumento delle aree di produzione della serialità, se prima il centro erano quasi esclusivamente gli Stati Uniti, con dei risultati buoni del Sud America, sia dell’Europa, oggi si sono affacciati sulla scena paesi diversi. In Europa c’è stato un forte ritorno, soprattutto nella qualità e nella sperimentazione, del Regno Unito, come se quella new wave cinematografica degli anni 90 si fosse poi trasferita nel comparto televisivo, pensiamo anche ai premi vinti alle ultime edizioni degli Emmy. La Francia sta cercando si risalire la china dopo una forte battuta d’arresto, la Germania non si fa notare per risultare per la qualità, ma sicuramente la sua quantità è sempre una costante. La novità è questo duo scandinavo, Danimarca – Svezia, che non solo ha dato titoli molto originali e ben fatto, ma che è oggetto d’interesse per i remake fatti dagli americani, The Bridge e The Killing sono prodotti realizzati su serie scandinave. Sono scelte d’acquisto che il mondo americano, ma adesso è più frequente anche con il mondo produttivo inglese e anche con l’Italia, visto che una casa di produzione ha già acquistato i diritti di Gomorra, ma ci sono delle difficoltà perché qualcuno vorrebbe trasmettere proprio la serie italiana, cosa abbastanza strana per il mercato Usa.
Capisco che qualcuno pensa che un festival di cinema non è un luogo deputato per ragionare di serie tv, però l’occasione è sull’audiovisivo come occasione di business, in questo la serialità televisiva, nei panorami più avanzati, sta creando fortissime occasioni, occasioni che possono diventare sistema, o almeno una catena. Vediamo serie che vengono creato da libri, in Italia Sky ha fatto alcuni film tv tratti dai libri di Marco Malvaldi, che pubblica per Sellerio, che in passato ha fatto scoprire il commissario Montalbano, un vero eroe della fiction italiana. Se non un libro è un film, in Usa l’operazione che ha portato i fratelli Cohen a supervisionare la produzione dell’omonima serie tratta da Fargo è stata un successo d pubblico, critica e premi. C’era un cast ottimo che indica come sia finita anche quella sorta di conventio ad excludendum per cui le star non faceva televisione, una prassi che ancora oggi è comune in Italia, ma per altri motivi. La Scandinavia investe molto sui propri autori di genere, non solo Jo Nesbo, noi in Italia abbiamo adesso degli ottimi scrittori, per esempio Sandrone Dazieri, ma più di tutti Maurizio  De Giovanni, che ha al suo attivo il ciclo del Commissario Ricciardi e quello dei Bastardi di Pizzafalcone, tutto nel catalogo Einaudi. Ci sarebbe anche Andrea Vitali, uno degli autori più amati in Italia e più tradotti, da poter trasporre in tv. Questo secondo potrebbe essere un ottimo consiglio anche per il cinema, ma anche un modo per aumentare il numero dei lettori in Italia, e non solo degli scrittori. Questo come primo anello della catena.

Il secondo anello è necessariamente la produzione dei contenuti narrativi, sarebbe molto lungo parlarne e sicuramente oneroso da parte mia, sono convinto che ci possano essere dei miglioramenti nel modello che in questo momento è diffuso in Italia, però mi soffermo su quelle che possano essere le altre occasioni di business. Quando si crea un film bisogna pensare anche ad attirare la gente, non solo la semplice conoscenza o l’informazione, ma un vero coinvolgimento, in altre parole bisogna iniziare delle azioni di comunicazione e marketing. Purtroppo nel mondo dell’audiovisivo italiano non ci sono degli esempi eccellenti, nella stagione precedente “Smetto quando voglio”, film di un esordiente, ha realizzato una buona campagna virale e sappiamo che l’uso dei social network è necessario ma non sufficiente. C’è poca confidenza nel marketing al cinema nel nostro paese, ma c’è poca confidenza anche nel concetto di prodotto audiovisivo, dimenticando che una delle definizione del cinema non è solo arte o linguaggio, ma soprattutto Sistema. Anche il sistema dei contenuti tv lo dovrebbe ricordare,  ma lì è spesso la programmazione che è lasciata senza una vera guida. Se si sposta lo slot di una serie si fa un danno enorme, se c’è un investimento ci vuole pazienza oltre che una promozione accurata.

Sul marketing  bisogna coinvolgere tutti gli attori, non nel senso di interpreti, del processo, dalla scrittura, al making of, fino alla distribuzione. Nessuno per esempio pensa al merchandising che invece nel mondo anglosassone è primario e non solo per i prodotti legati all’infanzia, come in maniera errata si può credere. Non c’è serie di cui tu non possa comprare un mag, una maglietta o altri oggetti visti sullo schermo. Tutto questo va pianificato sia come azioni, sia nei costi, ma va fatto prima del lancio del film, in modo anche da considerare i correttivi possibili. Bisogna anche stabilire una tempistica ottimale e serve una conoscenza degli strumenti, insieme ad una buona dose di creatività, io invito a considerare, nel mondo social, non solo Facebook, ma anche Twitter e soprattutto Tumblr che sta dimostrando una grande efficacia. Non si tratta solo di distribuire informazioni, quello è lavoro da ufficio stampa, importante, ma qui serve una direzione creativa che sappia fare i conti con la pragmatica del business. Solo con una giusta operazione di questo tipo si potranno dare origine ad altri anelli, come per esempio operazioni sul turismo, per visite di set o per i soggiorni nel caso si siano usate delle location con forte appeal. Oggi le serie tv, soprattutto in certe realtà, stanno sfruttando al meglio questo modello di sviluppo, che si muove intorno ad un coordinamento forte un lavoro in parallelo in altri settori, quindi con l’impiego di professionalità diverse. Non è più solo lavorare ad un progetto, ma intorno ad un concept, potremmo definirlo anche un brand, anche se tecnicamente è un passo successivo. In questo modo le occasioni di business e di occupazione crescono e si può davvero fare sistema.
L’ultimo anello è la distribuzione che prima era la sala o lo schermo televisivo, poi l’home video, ora c’è lo streaming. Capisco che ci sia in atto tutta una lotta contro la pirateria, ma già da anni è dimostrato che il danno non è così forte come viene detto. Nell’ultima stagione al livello mondiale la vendita di ingressi al cinema è aumentata, come gli spettatori delle serie, se si considerano anche dispositivi come il Tivo in Usa e altri. Quindi forse sarebbe meglio pensare a ristrutturare i processi produttivi, anche nello loro fasi prima e dopo, anche perché l’investimento in audiovisivo comunque resta remunerativo, anche se non nell’immediato magari.

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