Il 23 maggio del 2010 sui nostri schermi andava in onda l’ultima puntata di Lost. Dopo 6 stagioni si chiudeva la serie che forse più di tutte ha segnato il passaggio della sperimentazione narrativa dal grande schermo alla televisione, almeno per quel che riguarda il mondo anglosassone. 6 anni ci sono voluti per scoprire il destino, le origini ed i motivi dei personaggi del volo 815 dell’Oceanic Airlines, degli Altri, degli eredi del Progetto Dharma e di tutti i personaggi che si sono avvicendati nelle 6 stagioni. Una delle cose che hanno reso Lost un’oggetto di studio, di culto – e se pensiamo al finale mai questa parola è stata più esatta – e di successo come nessun altro, è stata la capacità di cambiare in corsa e di correggere il tiro. La narrazione di Lost è stato un work in progress dove è difficile riconoscere un protagonista principale, forse l’isola stessa che diventa il simbolo del destino e di un territorio dove mettere alla prova i limiti della propria coscienza di esseri umani. Ma in tutto questo forse nella narrazione di Lost un vero protagonista c’è ed è il caso.
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