The Black Mirror: noi nello specchio della tecnologia

Presto su Sky andrà in onda la seconda stagione di Black Mirror, serie tv inglese, prodotta da Channel4, che ormai è già un culto. Non è facile parlarne perché si tratta di un oggetto strano che ogni tanto la creatività britannica realizza. Già nella sua durata, 3 puntate da 60 min. per una stagione, Black Mirror, scritta e prodotta da Charlie Brooker, è peculiare, anche se il formato è già stato sperimentato per Sherlock. Ogni episodio ha un cast differente, una trama differente e un regista differente. Allora qual è il fil rouge che tiene insieme tutto? Il ruolo della tecnologia all’interno della società, la nostra. E non solo…

Web, politica, marketing, social network, lavoro, energia, terrorismo, app, gadget, talent, tradimento, amicizia, ricordi, memoria, matrimonio, sesso e morte. Questa è un piccola lista dei temi trattati nella prima serie di Black Mirror, attraversi i registri del dramma, della fantascienza (tranquilli non ci sono astronavi),  della satira e della parodia. Li ho rivisti tutti e tre pochi giorni fa, tutti di seguito e devo proprio dire che l’effetto è stato lo stesso, anzi più complesso. La complessità è proprio la sfida che Charlie Brooker, con la sua scrittura che oscilla fra l’umorisimo e l’inquietante (di lui andrebbero visti anche Dead SeatCharlie Brooker’s Screenwipe), lancia allo spettatore di Black Mirror, costruendo un prodotto fortemente ibrido. C’è un filo di angoscia che ci accompagna nella visione della serie, soprattutto nel secondo e terzo episodio, ma si rimane lì dentro. E’ uno stato d’animo  che prende tutti coloro che non stanno subendo l’entrata della tecnologia nella loro vita, né che la stanno idolatrando, bensì che si interrogano su quello che sta cambiando e su come sta avvenendo. Dalla tornata elettorale anche nel nostro paese pare sia aumentato il numero dei consapevoli di queste suggestioni, nonostante la tecnologia impiegata dal movimento 5 stelle sia qualcosa di molto poco interattivo, dove si replica un modello Leviatanico: un emittente, che riceve sollecitazioni dalla base, per poi decidere ancora lui, solo. Eppure il potere del terrorismo digitale è ben spiegato nell’ironico primo episodio quello del rapimento della principessa d’Inghilterra, dove per la sua liberazione, viene chiesto che il Primo Ministro, abbia un rapporto sessuale completo con una scrofa. Si avete letto bene. Molto lontani da Al Qaeda, ma il corto circuito mediatico, voyeuristico che ne viene fuori, è incredibile, dove tutti diventano spettatori, con la scusa del “qui si fa la storia”. Non sono i 15 minuti di Wahrol, siamo più nella “Società dello Spettacolo” di Debord ma anche nei testi della mutazione di Cronenberg.

Sono davvero democratici i social network? Quali possono essere le evoluzioni per un mondo, oscillante fra l’ipetrofismo mediatico occidentale e le suggestioni orientali della miniaturizzazione e della mobilità? Saremo ancora cittadini oppure altro? Sono domande che scaturiscano dalla riflessione sull’audiovisivo, simili a quelle che Lovink  pone nel suo libro Ossessioni Collettive. Lo stesso in un’intervista ha dichiarato: “se la società è in crisi, ciò ha delle conseguenze anche nel mondo cibernetico“. Qui sta uno dei nodi e pensare, come fanno alcuni tecnocrati, che la tecnologia sia avulsa dall’umano è o un’ingenuità di fondo oppure un punto di vista parziale. Troppo parziale. La tecnica e la tecnologia, che Pirsig nel suo Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta paragonava a un culto fideistico, ancora non è separato dall’umano , anche se nei profondi laboratori di Google sia aspetta la singolarità tecnologica come fosse l’avverarsi di una profezia, la venuta della famosa Age of Acquarius. Prima o poi, però dovremmo porci il problema se siamo noi ad aver bisogno della tecnologia o lei di noi. Mi rendo conto che certe soluzioni, come quelle del Venus Project, possano essere accattivanti, una società che abbandona il ciclo del denaro per concentrarci solo sulle risorse e sulla loro gestione, ma tutto questo dimentica cos’è l’umano, è soprattutto non tiene conto delle intuizioni dei due più grandi pensatori della futurologia, Dick e Ballard, che attraverso le loro narrazioni hanno prefigurato i rischi e gli scenari, concentrandosi sul disorientamento della psiche. Così il talent show diventa l’unica forma di fuga, già detto da Reality di Garrone, ma qui diventa l’unica possibilità di una vita diversa, più appagante, che non è però sostanzialmente differente da quella delle classi subalterne – ci sono degli de Il mondo nuovo di Huxley.

Nel terzo episodio gli umani diventano schiavi dei propri ricordi, attraverso un chip sottocutaneo (anche qui siamo sempre sul m5s), che è collegato a un device esterno è che permette di rivedere e rivivere qualsiasi brano estratto della propria vita. C’è un po’ di Fino alla fine del mondo di Wenders e anche di Se mi lasci ti cancello di Gondry, ma soprattutto scritto da Kaufman. C’è soprattutto la dimensione che io chiamo del post-presente. La modernità è morta, viviamo nell'”ora”, anzi nell’anglofono “now”, un monosillabo che davvero esprime con la giusta violenza l’istantaneità del momento connesso alla dolce dimensione della nostalgia. Il futuro così è solo la massa delle app e della disposofobia social. Qui, nel terzo episodio c’è un’immagine che mi ha fatto trasalire per davvero e che segna la potenza di questa serie: marito e moglie che fanno l’amore fra di loro, ma che nello stesso tempo stanno “guardando” un ricordo di un rapporto sessuale fra di loro già successo.

Forse avrei dovuto mettere l’etichetta spoiler all’inizio per aver rivelato alcuni particolari, ma in realtà per chi lo vedrà o l’ha già visto, non ha rivelato molto, spero solo di aver messo curiosità.
Per i temi di tecnologia e politica potete seguire il mio blog Orson.